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Fonte: http://www.mentereale.com/20090209584/News/Articoli/lombra-della-massoneria-dietro-la-nascita-degli-stati-uniti-damerica.html

di Francesco Lamendola Più si studiano le vicende della guerra d’indipendenza americana – che gli storici, chissà perché, hanno preso l’abitudine di chiamare niente meno che Rivoluzione americana – e più ci si rafforza nella convinzione che si trattò di una stranissima guerra; una guerra nella quale non vinse la parte più forte, anzi, nella quale la parte più forte gettò via la possibilità di vincere, che era quasi una certezza, con una caparbietà e con una determinazione che non può non lasciare sconcertati e perplessi.Ora, si sapeva bene da molto tempo che i massimi artefici dell’indipendenza americana, a cominciare da Benjamin Franklin e dallo stesso George Washington, erano aderenti alla Massoneria, ove ricoprivano posizioni eminenti; e che la Massoneria ha giocato un ruolo di primo piano nella nascita degli Stati Uniti d’America.Quello che si sapeva un po’ meno, tranne una ristretta cerchia di specialisti, è il ruolo svolto dalla Massoneria all’interno della madrepatria inglese durante le vicende del 1775-83, e particolarmente all’interno dell’esercito britannico; ruolo che si può sintetizzare nella formula di una guerra condotta senza entusiasmo e senza spirito d’iniziativa, tanto da «regalare», praticamente, la vittoria a un avversario inferiore sotto tutti i punti di vista, e nonostante che nulla fosse realmente compromesso per ciò che riguardava l’esito finale.Infatti, né la sconfitta di Saratoga, né quella di Yorktown possono essere considerate decisive; la situazione sul campo, a livello complessivo, non era compromessa in modo irreparabile; le risorse di cui la Gran Bretagna poteva disporre, e che avrebbe potuto mobilitare, erano ancora immense; il suo dominio sui mari le avrebbe permesso, nonostante l’intervento in guerra di Francia, Spagna e Olanda, di far affluire in America uomini e mezzi in quantità tale da riportare, alla lunga, la vittoria definitiva.A ciò avrebbero dovuto spingere il suo governo non solo considerazioni militari ed economiche, ma anche di prestigio internazionale. Quella fu l’unica volta in cui la Gran Bretagna, sfidata nel suo impero coloniale, si adattò a subire una sconfitta che poteva evitare e a ritirarsi dalle proprie posizioni, sacrificando il mito della propria invincibilità. In ogni altra circostanza, dalla guerra dei Sette Anni contro la Francia (1756-63) a quella contro le Repubbliche boere dell’Orange e del Transvaal, alla fine del XIX secolo, per non parlare delle due guerre mondiali, essa mobilitò tutte le proprie risorse, fece appello a tutta la sua determinazione e finì per aver la meglio su un nemico che risultò schiacciato dal peso preponderante del suo potenziale militare, navale, industriale e finanziario.Solo in occasione della guerra coloniale contro gli Americani indipendentisti (che erano, lo ricordiamo, solo una parte della popolazione delle 13 colonie) e, poi, di nuovo, contro gli Stati Uniti nel 1812-15 (ma, in quel caso, in concomitanza con il massimo sforzo contro Napoleone in Europa), la Gran Bretagna combatté in maniera fiacca e svogliata ed i suoi capi militari sprecarono sistematicamente tutte le occasioni di concludere il conflitto in modo favorevole, come se, in fondo, non desiderassero affatto vincere.La cosa, a dir poco curiosa sul piano strettamente militare, appare addirittura inspiegabile sotto il profilo politico. Con la Guerra dei Sette Anni, la Gran Bretagna aveva compiuto un notevole sforzo per scacciare i Francesi dal Canada e dalla valle del Mississippi: sforzo che era stato pienamente coronato dai termini del Trattato di Parigi, con il quale la presenza francese nel Nord America (ed anche in India) veniva praticamente spazzata via. Eppure, solo due decenni dopo, con la pace di Versailles, era la presenza britannica a venire spazzata via dal Nord America, eccezion fatta, appunto, per le ex colonie francesi passate all’Inghilterra.Invero, mai si è assistito, nella storia, a un fatto così strano: una grande potenza imperiale lotta per il dominio di una vasta regione coloniale e, meno di vent’anni dopo, rinuncia alla maggior parte dei suoi possessi, dopo una guerra lunga e difficile, ma senza essere mai stata battuta in maniera decisiva e, anzi, conservando una netta superiorità strategica.La cosa, quanto meno, avrebbe dovuto far riflettere gli storici moderni. Qui c’è qualcosa che sfugge a tutte le regole del gioco, anzi, ai più elementari dettami del buon senso; qualche cosa che sarebbe stato necessario indagare a fondo e non già accettare supinamente, quasi frettolosamente, prendendo per buone le motivazioni ufficiali delle due parti in lotta: degli Americani, che vinsero senza avere vinto realmente; e gli Inglesi ,che si dichiararono sconfitti senza esserlo stati davvero. La prima dote dello storico, così come dello scienziato, dovrebbe essere la curiosità; possibile che nessuno abbia mai rilevato adeguatamente la stranezza di quella vicenda?Esiste, d’altra parte, una possibile spiegazione a tanta distrazione e a tanta fretta di dichiarare chiusa la questione: e cioè che quelle stesse forze che, agendo nell’ombra, piegarono la volontà di vittoria degli Inglesi e li spinsero ad accettare una sconfitta tutt’altro che inevitabile, siano rimaste vive e operanti, ma sempre nell’ombra, anche in seguito; e che abbiano potuto esercitare una tale influenza nelle due società coinvolte in quegli eventi, quella americana e quella inglese, da risultare ancora capaci di condizionare l’approfondimento degli studi storici.Quelle forze hanno un nome: Massoneria; e, così come il ruolo da esse giocato nelle guerre d’indipendenza delle colonie spagnole dell’America Latina è emerso solo in seguito, altrettanto si può dire per la parte che ebbero nello svolgimento del Risorgimento italiano e di altre vicende storiche, nelle quali riuscirono ad agire restando abilmente nell’ombra.In altri termini: solo ammettendo che i supremi capi militari inglesi, a cominciare da Cornwallis, fossero adepti della Massoneria di rito scozzese – e, pertanto, «fratelli» dei nemici che avrebbero dovuto combattere, ossia i coloni americani – diviene possibile spiegare lo strano andamento delle operazioni militari e la loro sorprendente conclusione.Vorremmo aggiungere che anche la partecipazione della Francia alla guerra, che non le fruttò quasi nulla ma, in compenso, le costò moltissimo (secondo molti storici, il dissesto finanziario che aprì le porte al 1789) presenta aspetti alquanto enigmatici, che potrebbero ricevere un po’ di luce allorché si ammetta, anche in questo caso, un coinvolgimento della Massoneria in favore delle colonie ribelli. Tutta quella vicenda – il ruolo di Franklin a Parigi, inviato speciale del Congresso americano; il ruolo giocato da Lafayette e dai suoi volontari; la spedizione militare del generale Rochambeau a Rhode Island; il fatto che le 13 colonie firmarono l’armistizio con la madrepatria senza neanche preavvertirne i loro alleati francesi – presenta aspetti misteriosi e, a volte, paradossali, che solo un sotterraneo lavorio delle Logge inglesi, francesi e americane, convergenti intorno a un comune progetto «sovversivo» che già guardava, forse, ai possibili sviluppi rivoluzionari in terra francese, potrebbe in buona parte spiegare.Impegnandosi nella guerra al fianco degli insorti americani, che così male lo avrebbero ripagato, è come se il bene intenzionato, ma debole Luigi XVI avesse firmato la propria condanna e la rovina dell’Ancien Régime in Francia e, in prospettiva, nel resto d’Europa; con la sola eccezione della Gran Bretagna che, avendo già realizzato il trapasso verso la modernità (liberalismo, parlamentarismo, rivoluzione industriale e ascesa trionfale della borghesia commerciale e finanziaria), poteva permettersi di guardare con sovrano disprezzo alle sanguinose convulsioni del Vecchio Continente, de resto così utili al perseguimento delle sue ambizioni imperiali («divide et impera»).Una cosa è certa: a partire dalla fondazione, nel 1717, della Grande Loggia londinese, si assiste a una accelerazione nei processi politici e sociali che, dal liberismo relativamente moderato della filosofia di Locke e dall’umanitarismo e dal cosmopolitismo, tipici del primo Illuminismo, giunge ai furori iconoclasti della Rivoluzione francese e, poi, alle fortissime componenti anticlericali delle lotte indipendentistiche sia nelle colonie spagnole dell’America Latina (vedi Miranda nel Venezuela), sia nell’Italia risorgimentale (Mazzini e Garibaldi in primis).È come se un grosso ragno avesse filato, con pazienza e costanza, una rete sempre più vasta, mirante a creare un nuovo ordine mondiale che, con l’obiettivo dichiarato di abbattere l’assolutismo e il cristianesimo, avesse in realtà perseguito quello, segreto, di instaurare un potere occulto a livello globale, di natura sia economica che politica.Hanno scritto Michael Baigent e Richard Leigh (già noto a livello internazionale per la controversa opera «The Holy Blood and the Holy Grail) »nel volume «Origini e storia della Massoneria. Il Tempio e la Loggia» (titolo originale: «The Temple and the Lodge», London, 1989; traduzione italiana di Maria Eugenia Morin, Roma, Newton & Compton Editori, 1998, 2066, pp. 224-25, 228-29):«Uno degli interrogativi fondamentali sulla guerra d’indipendenza americana è come e perché la Gran Bretagna riuscì a perderla. Giacché la guerra non fu tanto vinta dai coloni americani quanto persa dagli inglesi. La Gran Bretagna da sola, indipendentemente dagli sforzi dei coloni, aveva la capacità di vincere o perdere il conflitto; e mancando la determinazione di vincere, la guerra fu persa più o meno per omissione.In quasi tutti i conflitti – la guerra di successione spagnola, ad esempio, la guerra dei Sette Anni, le guerre dell’epoca napoleonica, la guerra di secessione americana – la vittoria o la sconfitta dell’uno o l’altro contendente può essere spiegata in termini militari. Nella maggioranza di quei conflitti, lo storico può indicare uno o due fattori specifici: certe decisioni tattiche o strategiche, certe campagne, certe battaglie, certe considerazioni logistiche (come le linee di rifornimento o i volume della produzione industriale), o il semplice processo di logoramento. Uno qualsiasi di questi fattori può affermare lo storico, singolarmente o in combinazione con altri, provocò il crollo di uno dei combattenti, e lo mise nell’impossibilità di continuare a combattere. Ma nella guerra d’indipendenza americana non vi sono fattori che lo storico possa validamente indicare. Persino le due battaglie considerate abitualmente decisive – Saratoga e Yorktown – si possono considerare tali solo in termini di morale americano, o forse, col senno di poi, in termini di “spartiacque” ideali. Nessuno dei due scontri annientò, o ridusse drasticamente, la capacità della Gran Bretagna di continuare a combattere. Entrambi coinvolsero solo in minima parte le truppe britanniche dislocate in Nordamerica. La guerra sarebbe continuata per quattro anni dopo Saratoga e durante quel tempo la sconfitta britannica fu compensata da una serie di vittorie. E quando Cornwallis si arrese a Yorktown, il grosso delle forze britanniche in Nordamerica era ancora intatto, ancora ben piazzato per continuare le operazioni altrove, ancora i una posizione di vantaggio strategico e numerico. Non vi fu, nella guerra d’indipendenza americana, una vittoria conclusiva paragonabile a Waterloo, nessuna “svolta” ineluttabile paragonabile a Gettysburg. Sembra semplicemente che tutti fossero stati, annoiati, avessero perso interesse e deciso di fare i bagagli e tornarsene a casa.Nei libri di storia americani, certe spiegazioni standard vengono abitualmente presentate come spiegazioni militari della sconfitta britannica poiché, naturalmente, tali spiegazioni equivalgono a un attestato de valore americano in campo. Così, ad esempio, viene spesso suggerito, se non apertamente dichiarato, che tutte le colonie nordamericane si levarono in armi e la Gran Bretagna dovette affrontare un intero continente ostile: una situazione simile a quella di Napoleone o Hitler quando invasero la Russia e u intero popolo si unì per respingere l’aggressore. Ancora più spesso, si sostiene che l’esercito britannico si trovava fuori del suo elemento nelle regioni selvagge del Nordamerica ed era impreparato e inadatto per il tipo di guerriglia irregolare praticato dai cloni e imposta dal terreno. E spesso si afferma in generale che i comandanti britannici erano incompetenti, inetti, pigri, corrotti, inferiori al nemico per astuzia e abilità di manovra. Vale la pena di esaminare queste asserzioni una per una. [Segue la sistematica confutazione di esse.]Per Amherst, per Howe, per quasi tutti gli altri comandanti britannici, come per la maggioranza del pubblico britannico in generale, la guerra d’indipendenza americana era una specie di guerra civile. In effetti si trovarono, con loro sconcerto, a dover combattere contro avversari che erano inglesi come loro, a cui erano legati non soltanto dalla lingua, dal retaggio comune, dagli usi e costumi, ma anche, in molti casi, da veri e propri vincoli di parentela. Ma c’è dell’altro. Come abbiamo visto, la Massoneria, nell’Inghilterra del Settecento, era una rete estesa in tutta la società e specie nelle classi alte: i professionisti, i funzionari e gli amministratori statali, gli educatori, gli uomini che modellavano e determinavano la pubblica opinione. Aveva creato anche un cima culturale e psicologico diffuso, un’atmosfera che permeava la mentalità dell’epoca. Questo era vero soprattutto in campo militare, dove le logge da campo costituivano un collante che legava gli uomini alle loro unità, ai loro comandanti e fra di loro. E questo era ancora più vero fra i soldati semplici, che non avevano i legami di casta e di famiglia che esistenti nella classe degli ufficiali. Durante la guerra d’indipendenza americana, quasi tutti i comandanti e gli uomini impegnati in entrambi i campo erano massoni praticanti o erano imbevuti degli atteggiamenti e dei valori della Massoneria. La mera prevalenza delle logge da campo faceva sì che anche i non massoni fossero costantemente a contatto con gli ideali dell’istituzione. Non poteva sfuggire il fatto che molti di quegli ideali erano incarnati in ciò per cui combattevano i coloni. I principi in nome dei quali essi dichiararono l’indipendenza e poi lottarono per conquistarla, erano – forse accidentalmente, ma pur sempre diffusamente – massonici. Perciò, sia l’alto comando britannico che la truppa erano impegnati in una guerra non soltanto contro dei compatrioti, ma anche contro dei fratelli massoni. In simili circostanze era spesso difficile essere spietati. Con questo non vogliamo insinuare, naturalmente, che i comandanti britannici fossero colpevoli di tradimento. Erano, dopo tutto, soldati professionisti ed erano pronti a compiere il proprio dovere, sia pure con riluttanza. Ma si sforzavano di delimitare tale dovere il più strettamente possibile, senza fare nulla di più.»Secondo certe ricostruzioni complottiste, l’intera storia del mondo, almeno a partire dall’avvento della modernità, sarebbe dominata da poteri occulti che pianificano e suscitano guerre, rivoluzioni, colpi di stato, crisi finanziarie, sempre allo scopo di creare un nuovo ordine mondiale, abbattendo tutte quelle forze politiche, sociali e culturali che fanno ad esse da ostacolo.Senza spingerci fino a tali estremi, dobbiamo però riconoscere che il ruolo svolto dalle moderne società segrete nella storia del mondo dovrebbe essere fatto oggetto di una attenzione molto maggiore da parte degli storici, perché, per quanto difficile appaia una tale indagine – per la natura stessa del suo oggetto, che è programmaticamente “segreto” – solo da essa ci si può attendere una ricostruzione obiettiva e completa dei fatti, che tenga cioè nel dovuto conto un elemento così importante come la Massoneria ed altre società segrete, finora tenuto ai margini nella spiegazione degli eventi storici.Riteniamo che una parte della reticenza, per non dire della insofferenza, degli storici di professione a mettersi su questa strada, si possa spiegare con due ragioni principali.La prima è che ammettere il ruolo, a volte determinante, giocato dalle società segrete nelle vicende storiche della modernità irrita il loro pregiudizio razionalista, che, della modernità, è per l’appunto uno dei pilastri decisivi. A quanti sostengono la possibilità di una conoscenza puramente razionale delle cose, non piace dover ammettere che esistono potenti fattori nascosti nel divenire storico, i quali tendono a eludere quel quadro razionale da essi così ben confezionato.La seconda ragione è che i valori massonici sono tutt’altro che morti, anzi, sono tuttora i valori fondanti della cultura odierna; e molti storici preferiscono credere che essi si siano imposti con la forza della persuasione e dell’evidenza, alla luce del sole, essendo intrinsecamente superiori ai valori che essi vollero distruggere (in sostanza, quelli dell’Ancien Régime). Dover riconoscere che, al contrario, essi riuscirono ad affermarsi, il più delle volte, mediante uomini e gruppi che agivano nell’ombra, complottando e tramando alle spalle dei rispettivi governi e non lasciando nulla di intentato per predisporre e manipolare l’opinione pubblica, è cosa che, per essi – come dice Dante – avrebbe «sapor di forte agrume».Ormai si è consolidata tutta una mitologia che vede in George Washington, Simon Bolivar e Giuseppe Garibaldi l’incarnazione delle forze del Bene; essa coinvolge l’orgoglio patriottico di interi popoli, compreso il nostro; come si farebbe a dire, un bel momento: «Signore e signori, scusateci tanto: era tutta una leggenda; vi abbiamo raccontato delle storie di fantasia, vi abbiamo dipinto un quadro puramente inventato?».www.ariannaeditrice.it

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