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Fonte: http://etleboro.blogspot.com/2009/02/leuropa-dellest-si-allontana-dalleuro.html

Il rapporto diramato dall’Agenzia Moody’s ha così fotografato la recessione economica nei paesi emergenti dell’Europa orientale riducendo ancora di più la possibilità di accedere alla moneta unica europea. A subire la più ampia svalutazione è stato lo zloty polacco, seguito poi dal fiorino ungherese, dalla corona ceca e dal rublo. L’impatto del tasso di cambio della moneta unica europea, in seguito alla svalutazione delle valute in Europa orientale, potrebbe non essere una semplice congiuntura, e potrebbe anche porre una pesante ipoteca sulla futura adozione dell’euro da parte dei Paesi che aspirano all’integrazione nel mercato monetario europeo.

Il rapporto Moody’s sulla situazione delle banche europee più esposte nell’Europa centro-orientale è stato spietato, lasciando ampi margini di dubbio sulle strategie di espansione e di investimento future. Secondo l’agenzia di rating, la recessione nei paesi emergenti d’Europa sarà più incisiva che altrove, in quanto la forte instabilità di un’economia in crescita minaccia la solidità finanziaria delle banche della regione ed in particolar modo le filiali di banche occidentali. L’interazione di elementi come i grandi accantonamenti di crediti di dubbia solvibilità, i costi più elevati del finanziamento delle banche e la svalutazione di alcune monete interesserà la redditività delle banche ed eroderà progressivamente il capitale. Tra le banche occidentali a rischio, le quali hanno compiuto investimenti significativi in Europa centrale e orientale, figurano il gruppo italiano UniCredit, gli austriaci Erste Bank e Raiffeisen International o la francese Société Générale, ed infine la belga KBC. La loro forte presenza nei mercati dell’est ha alimentato la crescita dei loro profitti per diversi anni e ha permesso loro di resistere alla tentazione dei crediti strutturati, preferendo infatti il rischio connesso alla rapida crescita dei mercati in via si sviluppo.

“Il deterioramento della solidità finanziaria delle società controllate dell’est ha avuto conseguenze negative per le loro società madri di Europa occidentale – spiega Moody’s, aggiungendo – il diffuso deterioramento della situazione economica dei principali mercati dell’Europa orientale ha un effetto negativo sulle controllate e potrebbe portare ad un deterioramento delle società madri”, aggiunge. L’eventuale crisi di liquidità di una banca nell’Est europeo potrebbe creare il panico, non avendo ancora una forte autorità monetaria che possa garantire ogni forte oscillazione, per poi andare ad erodere il capitale dell’interno gruppo. Questo, secondo Moody’s , è uno dei primi rischi in si può incorrere, considerando che il portafogli crediti di queste banche non sono mai state testati da una grave crisi economica. I mercati dell’Europa orientale vengono così definiti differenti in termini di vulnerabilità, essendo più esposte a rischi esterni , al deficit pubblico e alla riduzione degli investimenti, ma anche a svalutazione delle valute locali, il peso in termini di interessi degli indebitamenti con istituzioni internazionali, la bolla immobiliare e la difficoltà di accedere al credito. Moddy’s così cita come le repubbliche baltiche, l’Ungheria, la Croazia, la Romania e la Bulgaria, e presto anche Ucraina, Kazakistan e Russia potranno essere soggette a crisi finanziarie interne.

Maggiore preoccupazione desta comunque la Polonia, mercato di destinazione di circa il 30% del capitale italiano, e la Croazia con il 16% con Unicredit, anche se il sistema bancario più esposto nell’Europa orientale è quello austriaco. Non vi sono dubbi che i valori del settore bancario in Europa orientale hanno registrato un netto calo negli ultimi giorni, mentre il costo parametrato al rischio di insolvenza sta aumentando. Erste ha raggiunto lunedì il minimo storico del 12%, il più basso dal 1993; KBC si stabilizza al 12%, Raiffeisen al 10% e Société générale al 6%. Un altro aspetto evidenziato da Moody’s è che le banche occidentali presenti nella regione potrebbero divenire sempre più selettive nel finanziamento delle loro controllate, aumentando così il rischio per i paesi più in difficoltà, considerando che le banche allocano il capitale per le loro controllate, sulla base delle previsioni di rendimento rispetto al rischio. “Di conseguenza, i rischi sono particolarmente negativi per i paesi identificati come più vulnerabili”, continua Moody’s affermando che solo alcuni fattori potrebbero indurre a continuare il finanziamento delle società controllate . Un disimpegno della madre di un dato paese potrebbe minare la fiducia dei clienti in un altro paese e, quindi, essere contro-produttivi in termini di rischio.

Il rapporto diramato dall’Agenzia Moody’s ha così fotografato la recessione economica nei paesi emergenti dell’Europa orientale riducendo ancora di più la possibilità di accedere alla moneta unica europea. A subire la più ampia svalutazione è stato lo zloty polacco, seguito poi dal fiorino ungherese, dalla corona ceca e dal rublo, il quale dopo un primo recupero ha iniziato un nuovo ciclo di svalutazione. L’impatto del tasso di cambio della moneta unica europea, in seguito alla svalutazione delle valute in Europa orientale, potrebbe non essere una semplice congiuntura, e potrebbe anche porre una pesante ipoteca sulla futura adozione dell’euro da parte dei Paesi che aspirano all’integrazione nel mercato monetario europeo. Un’ipotesi che è molto di più che una semplice speculazione, considerando quanto affermato dal governatore della banca centrale polacca, Slawomir Skrzypek, in un’intervista concessa al quotidiano Rzeczpospolita, affermando che “il corso dello zloty non è sufficientemente stabile da essere in grado di entrare nell’ERM2, che chiede un tasso della valuta nazionale di un paese all’interno di una serie di più o meno del 15%, stabilizzato per almeno due anni prima di adottare la moneta unica europea”. La recente caduta dello zloty sul mercato dei cambi, rinvia così a tempo indeterminato la prossima adesione, almeno fino a quando la crisi economica mondiale non si attenui. Allo stesso modo, il Vice Governatore della Banca centrale della Repubblica ceca, Miroslav Singer, ha messo in guardia contro l’incremento dei tassi di interesse, mentre in Ungheria, il Primo Ministro Ferenc Gyurcsany ha affermato di aver chiesto al governatore della Banca centrale e al Ministro delle Finanze ei esplorare modi “non convenzionali” per arginare il calo del fiorino. Così anche in Romania, dove il governatore della Banca centrale, Mugur Isarescu, ha detto che stava considerando la possibilità di chiedere l’assistenza del Fondo monetario internazionale (FMI) per proteggere la sua riserve valutarie.

La Serbia, pur non essendo un membro dell’UE, ha indicato che potrebbe chiedere il Fondo monetario internazionale (FMI) un aumento del prestito per portare da 520 milioni di euro a due miliardi. Situazione altrettanto critica in Montenegro, dove l’Associazione bancaria ha chiesto infatti l’intervento della Banca centrale di Podgorica affinchè intervenga con l’aumento dei debiti all’estero e la riduzione o l’abolizione della riserva obbligatoria che le Banche devono versare presso l’istituzione centrale. La Croazia stenta a riparare i danni della sua situazione finanziaria, dopo aver rinegoziato il prestito per coprire il debito pubblico con un consorzio di banche, ottenendo un tasso di interesse solo apparentemente agevolato; allo stesso tempo si è vista costretta a rimettere in discussione il sistema pensionistico fondato sul secondo pilastro, per rimettere i fondi pensioni sotto il controllo dello Stato, e utilizzare quella liquidità a copertura delle perdite nell’Amministrazione previdenziale statale. Per quanto riguarda i Balcani Occidentali, uno dei Paesi più stabili, relativamente, è l’Albania che grazie alla sua crescita interna prossima al 5% e un costante flusso di rimesse estere riesce a sostenere il lek, anche se si avvicinano sempre di più le misure per correggere le svalutazione della moneta locale. Allo stesso modo, gli altri governi dei Paesi dell’Europa Sud-orientale hanno affermato che contribuiranno al sostegno delle loro banche e la loro moneta in difficoltà. Affermazioni che hanno creato, al contrario, ancora più preoccupazione all’interno dell’Unione europea, in quanto hanno aggravato il senso di panico tra gli investitori in crisi attualmente. Bruxelles ha espresso preoccupazione per l’improvviso tuffo delle valute della regione e ha esortato Polonia, Ungheria, Romania e Cechia a smettere di fare dichiarazioni che potrebbero spaventare gli investitori.

In realtà, il processo di espansione verso l’Est della moneta europea potrebbe subire un rilevante arresto , in maniera tale da mantenere in quella regione un’area di cambio “relativamente” favorevole per gli investimenti diretti esteri. Una soluzione temporanea che potrebbe essere un’ancora di salvataggio per molte imprese occidentali che hanno investito in Romania, Polonia e nei Balcani stessi, in funzione del basso costo della manodopera e delle materie prime. L’esperimento della Slovenia ha mostrato infatti che l’introduzione dell’euro ha subito portato il livello medio salariale a quello europeo, inducendo le imprese a trasferire le proprie sedi nei Paesi immediatamente vicini, per recuperare i rendimenti dei costi differenziali. L’area centro-orientale potrebbe essere una zona di influenza economica parallela a quella occidentale, in cui l’euro tarderebbe ad entrare. Assisteremo così a due tipi di evoluzione, da una parte quella del blocco euro-anglosassone che potrebbe rafforzarsi con l’ingresso della sterlina e della corona svedese, mentre dall’altra quello orientale che non ha ancora l’euro, ma ha un regime valutario che consente di sostenere l’economia interna e i costi dei gruppi industriali esteri. L’introduzione dell’euro in questi Paesi, e in questo particolare momento congiunturale, causerebbe due disastri: i Paesi europei occidentali dovrebbero pagare progressivamente materie prime e salari a costo pieno, considerando che il potere di acquisto si andrebbe a livellare con quello europeo, mentre i Paesi dell’Est potrebbero cadere in una grave recessione perché non riuscirebbero a sostenere l’aumento del costo della vita. Tali constatazioni portano a concludere che il processo di integrazione dell’euro sarà procrastinato sempre di più, nell’illusione di superare questa crisi e riprendere poi in un momento successivo il discorso. Non c’è dubbio che questa crisi cambierà anche il modo in cui l’Europa si verrà a creare.

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