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Fonte: http://toghe.blogspot.com/2009/02/le-contraddizioni-dei-giudici.html

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)

Leggendo l’ordinanza della Sezione Disciplinare del C.S.M. che ha trasferito i colleghi di Salerno saltano all’occhio molte cose davvero paradossali.

Tutta l’attività del C.S.M. nella vicenda di Salerno è stata caratterizzata dall’affermazione che esso intendeva ribadire dinanzi al mondo il dovere del rispetto delle regole da parte dei magistrati soggetti al suo potere.

E’ vero che il Presidente della Prima Commissione Ugo Bergamo (che a questo link appare in una galleria fotografica di Repubblica che lo descrive intento a fare il “pianista” al Senato) ha detto anche che questa vicenda doveva servire a «restituire autorevolezza» (!!??) al C.S.M. (quasi che un giudice – che questo è la Sezione Disciplinare – potesse “strumentalizzare” un processo a fini diversi e “politici”). Ma, a parte queste esternazioni, la linea propagandata è stata quella del rigore formale, della difesa delle regole senza se e senza ma, eccetera, eccetera.

A fronte di ciò, fa davvero impressione dovere constatare quante regole il C.S.M. abbia violato, si deve ritenere consapevolmente, essendo esso composto da persone massimamente qualificate sotto il profilo tecnico e culturale, e dunque pienamente capaci di comprendere il senso di ognuno degli atti compiuti e dei comportamenti mantenuti.

Rinviando a successivi approfondimenti dell’analisi dell’ordinanza del 19 gennaio/4 febbraio 2009 (altra irregolarità è questa separazione fra dispositivo e motivazione che la legge non consente per questo tipo di provvedimento), mi limito qui a sottolineare due cose.

La prima è che il C.S.M. ha imposto al procedimento qui in discussione un ritmo serratissimo, lasciando ai colleghi incolpati pochissimi giorni per difendersi.

D’altra parte, sempre Ugo Bergamo aveva promesso ai giornali: «E’ possibile e auspicabile che la decisione ci sia, se non prima delle feste, entro l’anno».

Ma avrebbe comunque dovuto rispettare almeno i termini minimi di legge a comparire.

Invece, l’incolpazione formulata dal Procuratore Generale della Cassazione è stata notificata alla collega Nuzzi solo il giorno prima dell’udienza.

Nell’ordinanza cautelare del C.S.M. l’avvenuta notifica delle incolpazioni viene narrata facendo riferimento alla data di spedizione della notifica e non – come ogni giurisperito sa che deve farsi – a quella di ricezione.

Dunque, i colleghi incolpati hanno avuto per predisporre le loro difese pochi giorni con riferimento ad alcuni degli addebiti e poche ore con riferimento ad altri.

Appare prodigioso che in così poco tempo siano riusciti a redigere una memoria come quella che si può leggere a questo link.

E non ci si può non chiedere: ma un giudice che propaganda così tanto il rispetto delle regole e dei diritti di tutti, perché non ha consentito a questi magistrati di difendersi adeguatamente? Cosa sarebbe cambiato se il processo fosse durato una settimana in più? Perché era così urgente “cacciare” questi colleghi così di fretta?

La seconda cosa che fa moltissima impressione – e, in verità, assai più della prima – è la seguente.

Il C.S.M. ha deciso di riunire il procedimento a carico dei colleghi di Salerno e quello a carico dei colleghi di Catanzaro.

La cosa non è stata per niente corretta.

Il procedimento dinanzi alla Sezione Disciplinare del C.S.M. è regolato dal codice di procedura penale.

I casi di connessione sono disciplinati dall’art. 12 del c.p.p., che dispone (per la parte che può avere rilievo qui) che «Si ha connessione di procedimenti: a) se il reato per cui si procede è stato commesso da più persone in concorso o cooperazione fra loro, o se più persone con condotte indipendenti hanno determinato l’evento».

E’ evidente che nel caso dei magistrati di Salerno e di quelli di Catanzaro non può ipotizzarsi la sussistenza di alcuna delle ipotesi testé elencate.

Dunque, perché mai il C.S.M. ha preteso – contro le richieste dei colleghi di Salerno – di processare tutti nello stesso procedimento?

La premura di Ugo Bergamo e di altri avrebbe potuto trovare ugualmente soddisfazione, celebrando i due procedimenti nello stesso tempo, ma lasciandoli separati.

E invece li si è riuniti.

La questione, ovviamente, non è accademica, ma molto importante.

Infatti, nonostante la stampa, gli indagati, i politicanti e tutti coloro che avevano interesse a “fare ammuino” abbiano parlato di “scontro fra Procure”, la vicenda è, invece, sotto il profilo tecnico, quella di una Procura (quella di Salerno) che indaga nei confronti di altri magistrati (quelli di Catanzaro). Dunque, non “scontro fra Procure”, ma reazione di magistrati inquisiti a un atto legittimo (tale espressamente ritenuto dal competente Tribunale del riesame) degli inquirenti.

I due gruppi di magistrati non hanno agito né in concorso né in cooperazione fra loro, ma gli uni – quelli di Salerno – hanno avuto il ruolo degli inquirenti e gli altri – quelli di Catanzaro – hanno avuto il ruolo degli inquisiti.

Ai colleghi di Salerno si contesta di avere redatto un decreto di perquisizione e sequestro con modalità censurabili, ma ciò non cambia il loro ruolo di magistrati inquirenti.

Dunque, quando essi sono stati chiamati a difendersi – ad horas – dinanzi al C.S.M. nello stesso procedimento in cui venivano chiamati a difendersi gli inquisiti di Catanzaro, si sono resi conto che la scelta del C.S.M., se era perfettamente coerente con la vulgata politico/giornalistica dello “scontro fra Procure”, non era per nulla compatibile con il loro ruolo nel procedimento del quale erano ancora titolari.

E’ vero che le esternazioni del Presidente Bergamo e di altri Consiglieri del C.S.M. lasciavano presagire che i colleghi di Salerno sarebbero rimasti ancora per poco tempo nelle loro funzioni (diciamo, con le promesse di Bergamo alla stampa, «se non fino alle feste, non oltre l’inizio dell’anno»), ma lo sbandierato “rispetto delle regole” alle quali si diceva ispirato tutto il procedimento imponeva di dovere ipotizzare che il processo disciplinare in questione fosse un vero processo e, dunque, fosse “aperto” a ogni esito possibile, ivi compreso – almeno in astratto, come ipotesi foss’anche remotissima – quello del rigetto delle richieste cautelari del Ministro e del Procuratore Generale.

Certo, mi rendo conto che non è frequente che un giudice rigetti istanze delle quali ha insistentemente e pubblicamente caldeggiato la presentazione (perchè nel caso di specie, primo del genere nella storia, C.S.M. e A.N.M. hanno più volte e pubblicamente caldeggiato il promuovimento dell’azione disciplinare contro i colleghi di Salerno). Ma, se è per questo, neppure è usuale che un giudice caldeggi a una parte la presentazione di una istanza contro un’altra.

Ma questo è ciò che ci tocca vedere come esempio di “draconiano amore per le regole” da parte di chi di quelle regole dovrebbe essere istituzionalmente sacro custode.

Comunque sia, i colleghi di Salerno e i loro difensori hanno rappresentato al C.S.M. il fatto che, se essi si fossero dovuti difendere nello stesso procedimento e in contraddittorio con coloro che nel procedimento penale pendente a Salerno avevano il ruolo degli inquisiti, sarebbe stato inevitabile che si creassero condizioni per le quali, nell’ipotesi (magari del tutto assurda) in cui non fossero stati “cacciati”, sarebbero comunque divenuti incompatibili come inquirenti dei loro “coincolpati”.

Ma il C.S.M. non ha ritenuto di tenere in alcuna considerazione questo problema e ha preteso che i colleghi di Salerno comparissero a difendersi insieme ai loro inquisiti di Catanzaro. E, detto per inciso, i difensori dei magistrati di Catanzaro hanno impostato la più parte delle loro difese sull’accusa agli inquirenti di Salerno di avere commesso degli abusi. Sicché, se essi avessero presenziato a quelle udienze, si sarebbero trovati nell’alternativa fra subire le accuse ingiuste o reagire instaurando un inaccettabile contraddittorio con i loro inquisiti.

A questo punto, i colleghi di Salerno si sono trovati dinanzi a un’alternativa insuperabile: difendersi comunque in quella sede, pregiudicando il loro ruolo di titolari del procedimento di Salerno, oppure adempiere ai loro doveri in quel procedimento, rinunciando a partecipare all’udienza nella quale sarebbero entrati in contraddittorio con i loro inquisiti.

Hanno ritenuto corretto rinunciare alla loro partecipazione all’udienza.

E a me, nonostante ciò che dirò appresso ad opera del C.S.M., questa è apparsa e appare grande prova di correttezza istituzionale e attaccamento al dovere.

Per manifestare il loro riguardo nei confronti del giudice disciplinare, i colleghi Apicella, Verasani e Nuzzi hanno illustrato a voce le ragioni della loro scelta (di ciò si dà atto a pag. 11 della ordinanza cautelare) e hanno depositato una dichiarazione scritta, che è stata allegata agli atti.

Inoltre, in loro rappresentanza e difesa sono rimasti i loro difensori.

Infine, i colleghi di Salerno si sono riportati ai loro scritti difensivi.

La dichiarazione scritta di cui sopra può essere vista nella fotografia a questo link.

Il suo testo è il seguente:

«Alla Sezione Disciplinare del C.S.M.. Nel conflitto, obiettivamente determinatosi a seguito della riunione dei procedimenti, tra le esigenze della difesa personale ed i doveri che gravano sui magistrati del pubblico ministero, sacrifichiamo le prime. Ci limitiamo a ribadire l’assunzione di paternità dei due atti giudiziari, rimettendoci per il resto agli scritti già depositati ed all’operato dei nostri difensori. Rispettosamente ci congediamo. Roma, lì 17 gennaio 2009 ore 13.30».

Dunque:

1) massimo rispetto per il C.S.M.;

2) chiara spiegazione delle ragioni per i quali i colleghi non hanno partecipato all’udienza;

3) piena disponibilità allo svolgersi della stessa, grazie alla presenza dei difensori nominati e al richiamo degli scritti difensivi depositati;

4) riconoscimento della piena paternità degli atti giudiziari unico oggetto delle loro incolpazioni.

Cosa fa, però, la Sezione Disciplinare del C.S.M.?

Nella motivazione dell’ordinanza cautelare descrive questo episodio nei seguenti termini testuali.

Scrive il C.S.M. a pag. 60 dell’ordinanza:

«A conclusione di questa complicata vicenda cautelare, un’ultima considerazione si impone. Nessuno degli incolpati, salernitani e catanzaresi, nel corso delle diverse udienze camerali, ha dimostrato minimamente di essersi reso conto della eccezionale gravità del proprio comportamento deontologico che, violando fondamentali regole procedurali, ha determinato il concreto rischio di una vera e propria implosione della giurisdizione.
Anche il comportamento processuale dei magistrati della Procura di Salerno, che hanno abbandonato l’aula di udienza dopo aver letto una dichiarazione, dimostra che essi hanno inteso difendersi “dal processo” e non “nel processo”.
L’essenza stessa della giurisdizione, invero, fonda sul rigoroso rispetto delle regole da parte di chi ne rappresenta il centro ed il cuore, e cioè il magistrato. Non vi è una giurisdizione credibile se non vi è rispetto delle regole da parte dei suoi protagonisti. Senza una giurisdizione credibile si pone in crisi una delle funzioni fondamentali di uno Stato democratico e si scivola via verso uno Stato di polizia, che è la negazione del moderno Stato di diritto ed è di ostacolo alla realizzazione di quel principio fondamentale della nostra Carta Costituzionale, secondo cui la legge è uguale per tutti».

Ora, prescindendo dalla roboante e certamente non pertinente evocazione di un «concreto rischio di una vera e propria implosione della giurisdizione» (!!??), quello che davvero è impossibile comprendere è come possa il C.S.M. sostenete che il sacrifico, da parte dei magistrati di Salerno, dei loro diritti di difesa e la loro rinuncia alla partecipazione alle udienze per le ragioni esposte sopra e DOCUMENTATE dalla dichiarazione (di cui a pag. 11 dell’ordinanza) e dallo scritto sopra riportato in testo e foto, sacrificio imposto, peraltro, dalla scelta illegittima del C.S.M. di riunire due procedimenti tecnicamente NON connessi, dimostrerebbe «che essi hanno inteso difendersi “dal processo” e non “nel processo”».

Come possa, in sostanza, il C.S.M. – che accusa i colleghi di Salerno di avere scritto cose inopportune nella motivazione del loro decreto di perquisizione e sequestro – muovere agli stessi, nella motivazione della sua ordinanza, un’accusa tanto grave (non assoggettarsi con correttezza al giudizio della Sezione Disciplinare) e tanto documentalmente priva di qualsiasi ipotizzabile fondamento.

Certo, questi sono tempi in cui tutto appare sostenibile e i fatti possono essere mistificati a piacere, ma si deve ritenere che tutti i componenti della Sezione Disciplinare del C.S.M. sappiano:

A) che l’incolpato ha DIRITTO a difendersi partecipando all’udienza, ma anche NON partecipando all’udienza;

B) che la mancata partecipazione all’udienza o la mancata articolazione di una difesa NON E’ SOTTO ALCUN PROFILO elemento qualificabile come oltraggio alla corte né utilizzabile come elemento di giudizio negativo per l’incolpato; e va ribadito che, nel caso di specie, i colleghi di Salerno si sono difesi con scritti e mediante i loro difensori e hanno solo rinunciato a partecipare alle udienze per le ragioni già dette.

Così come si deve ritenere che gli stessi Consiglieri del C.S.M. abbiano compreso perfettamente le ragioni – esposte a voce e per iscritto – della rinuncia dei nostri colleghi a partecipare alle udienze del loro procedimento.

E si deve ritenere che i componenti della Sezione Disciplinare del C.S.M. abbiano compreso anche cosa voglia dire l’espressione «difendersi dal processo e non nel processo», che in maniera del tutto non pertinente e fuorviante hanno usato.

E se lo hanno compreso, sapranno benissimo che ciò che hanno fatto i colleghi di Salerno e che io ho descritto e documentato qui è SENZA ALCUNA OMBRA DI DUBBIO una difesa «NEL» processo.

Sicché ci si deve per forza chiedere come debba giudicarsi il brano della motivazione sopra riportato; se esso possa ritenersi prova della obiettività o no e della imparzialità o no del giudice disciplinare in questione; e, infine, se il C.S.M. non dovrebbe ricordare a se stesso prima che agli altri quanto esso stesso ha scritto nel brano di motivazione sopra riportato. Che «l’essenza stessa della giurisdizione, invero, fonda sul rigoroso rispetto delle regole da parte di chi ne rappresenta il centro ed il cuore, e cioè il magistrato. Non vi è una giurisdizione credibile se non vi è rispetto delle regole da parte dei suoi protagonisti. Senza una giurisdizione credibile si pone in crisi una delle funzioni fondamentali di uno Stato democratico e si scivola via verso uno Stato di polizia, che è la negazione del moderno Stato di diritto ed è di ostacolo alla realizzazione di quel principio fondamentale della nostra Carta Costituzionale, secondo cui la legge è uguale per tutti».

Il rispetto di questi principi, di questi valori e di queste regole avrebbe imposto alla Sezione Disciplinare di ricostruire secondo verità – in un atto tanto importante quale la motivazione del provvedimento cautelare – il comportamento dei magistrati di Salerno che essa era chiamata a giudicare.

Ciò non è stato fatto e, purtroppo, come detto all’inizio, questa non è né l’unica né la più grave delle anomalie del procedimento disciplinare che, secondo il Presidente Bergamo, sarebbe dovuto servire a «restituire autorevolezza» (!!??) al C.S.M. e secondo altri sarebbe dovuto servire ad affermare quanto sia doveroso PER TUTTI il rispetto della legge e delle regole.

Ho intitolato questo scritto con il riferimento alla favola di Fedro che racconta che ciascuno vede le colpe degli altri e non le proprie, ma, giunto alla fine, mi rendo conto che l’apologo più adatto al caso concreto è quello – magari culturalmente meno blasonato – del “bue che dice cornuto all’asino”.

Perchè il C.S.M. che sostiene – in maniera palesemente falsa – che i colleghi di Salerno si sarebbero difesi “dal” processo sa benissimo cosa questo voglia dire.

Perchè difendersi “dal” processo è quello che hanno fatto coloro che, coinvolti nelle indagini di Salerno, hanno chiesto su tutti i giornali proprio l’intervento del C.S.M. perchè “spazzasse via” nel più breve tempo possibile gli inquirenti. E il C.S.M. li ha accontentati.

Prestissimo e bene.

Bisognerà, poi, cercare quale sia la favola che possa aiutarci a capire (perché la motivazione dell’ordinanza, purtroppo, non lo spiega in alcun modo) perché gli inquirenti di Salerno siano stati “spazzati via” tutti, mentre a presidio dei fascicoli di Catanzaro siano stati lasciati due dei magistrati ritenuti dallo stesso C.S.M. colpevoli dei gravissimi addebiti disciplinari relativi al c.d. assurdo “controsequestro”. E perché la colpa del Procuratore di Salerno (avere consentito ai suoi Sostituti di redigere un decreto legittimo ma scritto in un modo che non piace perché “delegittima le istituzioni” e tanta gente altolocata) sia stata ritenuta meritevole del licenziamento, mentre la colpa del Procuratore Generale di Catanzaro (essersi sottratto illegalmente all’esecuzione di un legittimo – come tale confermato dal Tribunale del riesame – provvedimento giudiziario rispetto al quale rivestiva il ruolo di indagato, abusando di poteri che neppure aveva) sia stata ritenuta così tanto meno grave da potere essere sanzionata solo con un trasferimento.

Evidentemente, fra i valori da riaffermare in questo caso per «restituire autorevolezza» al C.S.M. non c’era né quello dell’imparzialità del giudice né quello dell’uguaglianza di trattamento.

Per questo bisognerà attendere un’altra occasione e che la cosa venga chiesta a gran voce da qualche altro politico inquisito.

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