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Vanity Fair, 25 febbraio 2009

“Se qualcosa può andar storto, lo farà”. Anche questa storia delle

ronde – appena diventate legge nell’Italia assediata dall’ossessione

sicurezza – rispetterà la prima legge di Murphy. Cittadini con

basco e pettorina (e torcia elettrica e cane lupo e telefonino) a

caccia, nel buio delle periferie, di una traccia da inseguire, di un

sospetto da segnalare, di un crimine da sventare. Tutto qui? Secondo

gli ottimisti sì, tutto qui, una normale “Passeggiata per la legalità”,

come la definiscono i ragazzi con la testa rasata di Forza Nuova a Torino intruppati in manipoli, o i militanti della Guardia Padana che si stanno organizzando tra le nebbie del Nord.

Invece no. Probabile – come ha avvertito per tempo l’ex prefetto Achille Serra – che prima o poi spunteranno le armi di difesa personale,

magari i coltelli e i bastguardia padana, forza nuova, oni, che

finiranno per coincidere con quelle di aggressione. Chi si avventurerà

di notte nel buio di un parco? Il più coraggioso? Il più aggressivo? Il

più spaccone? E siamo sicuri che la pattuglia di turno non regolerà i conti

con un vicino di casa detestato, con un bar troppo rumoroso, con una

palazzina abitata da stranieri? E se dovessero essere aggrediti da un

gruppo di spacciatori in fuga, come reagiranno i buoni cittadini delle

ronde? Chi avrà la peggio?

Dopo la rissa la vendetta. Dopo i feriti la spedizione puntiva: fa tutto parte delle normali reazioni a catena

che insanguinano le strade di infinite città del mondo. Per questo da

un paio di secoli, almeno nell’Occidente democratico, esistono forze di

sicurezza pubblica. Privatizzarle – con forza di legge – è il crimine di strada di uno Stato fallito.

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