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Fonte: www.gadlerner.it

Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.

Cosa importa se l’unico consigliere dell’Italia dei valori in Campidoglio passa con la maggioranza di Alemanno; o se in Campania il partito delle mani pulite ha un deputato inquisito per camorra e gli altri ringhiano l’uno addosso all’altro; mentre nei gruppi parlamentari è un viavai di transfughi in arrivo dalle più varie provenienze a sostituire chi se n’è andato con Berlusconi appena eletto, nelle legislature scorse. State pur tranquilli che la fila degli aspiranti deputati europei s’ingrosserà ugualmente nell’anticamera di Antonio Di Pietro, visto che in primavera gli toccherà formare delle liste con buone probabilità d’elezione, ma sempre a forma di partito personale, dove l’unico che conta è lui.

Nessuno mi toglierà dalla testa che, secondo la rima, con Di Pietro si va indietro. Da lui non mi aspetto né una democrazia né tanto meno un governo migliori. Che sia venuto il turno del Tonino nazionale nelle vesti del politico in ascesa, mi suggerisce piuttosto che da Berlusconi in giù il morbo del populismo sta contagiando tutto il tessuto sociale.

Ma pur nella distanza bisognerà pur riconoscere la dote speciale che rende duratura, e addirittura vincente, la leadership di questa moderna maschera italiana dotata di un carisma del tutto assente in un Veltroni, un D’Alema, un Casini. Io la spiegherei così. Antonio Di Pietro ha in sè una vitalità che può piacere o risultare detestabile, non importa, ma lo rende riconoscibile come persona dotata di una biografia.

Sì, una biografia, la storia di un uomo che ha vissuto anche prima di calpestare i tappeti di Montecitorio. Per intenderci, Obama ha una biografia straordinaria; come ce l’aveva il suo rivale John McCain. In Italia naturalmente è Berlusconi il capo più riconoscibile per ciò che ha fatto prima della politica, oltre che per ciò che fa a latere della politica. Più modesta, ma una biografia ce l’aveva pure Romano Prodi, si capiva che la politica per lui era un approdo ma non un obbligo, perché altrove aveva già manifestato la sua forza.

Così Di Pietro appare negli schemi popolari come un’alternativa speculare a Berlusconi: il giudice severo contro l’imprenditore disinvolto; il contadino in canottiera sul trattore contro il miliardario col jet privato. Entrambi “macho” potenzialmente dotati di harem, come si conviene a un vero capo italiano. Entrambi di linguaggio schietto, col vezzo delle scivolate nella grevità televisiva, vissute come un andare verso il popolo.

La forza di Antonio Di Pietro scaturisce dunque dal suo passato di ex poliziotto divenuto magistrato e protagonista (più di quindici anni fa) di una vasta indagine sul potere italiano condotta nel nome della legalità violata. Il suo partito resta un dettaglio, così come lo fu all’inizio Forza Italia. Gonfierà magari un poco i suoi consensi elettorali in seguito alla sofferenza del Partito democratico, anche se è più probabile che la maggioranza dei delusi dal Pd scelga l’astensione. E aspetterà al varco, con la tenacia e l’astuzia che lo contraddistinguono, ogni eventuale incidente di percorso berlusconiano da cui lucrare lo spazio garantito a lui come vero oppositore. Si spiegano così anche gli attacchi al Quirinale: presentarsi come l’unico resistente coraggioso, sulle ceneri della sinistra.

La solidarietà, la giustizia sociale, l’accoglienza, una politica estera di pace: non sono certo i temi su cui Di Pietro possa fornire un’alternativa alla crisi culturale della sinistra italiana. Lui è fatto di un’altra pasta, la sua vocazione è “ordine-legalità-dagli al furbo che è in ciascuno di noi”. Passerà (giustamente) indenne sulle debolezze di un figlio incline a chiedere favori, irrilevante dietro le quinte di un padre che sa manifestarsi come energia.

Non me lo vedo diventare primo ministro, forse neppure lui lo desidererebbe. A quel punto le somiglianze con Berlusconi, nell’Italia populista, diventerebbero inquietanti.

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