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Fonte: http://italiadallestero.info/archives/3051

[die Welt]Maria Concetta Riina è la figlia del temuto boss mafioso Totò Riina. Suo padre è stato condannato all’ergastolo per oltre 100 omicidi. In un’intervista getta ora un po’ di luce sul mondo parallelo della mafia. Ma dalle sue labbra non esce una parola di dispiacere.

E’ uno dei misteri del fenomemo mafioso: come riescono i clan ad imporre al loro interno un “codice morale” perverso, che è diametralmente opposto ai valori a cui i loro bambini sono esposti attraverso la TV e agli altri media? In un’intervista al quotidiano italiano La Repubblica Maria Concetta Riina, figlia del temuto boss mafioso Totò Riina, apre uno scorcio su quel mondo parallelo.

“Era una situazione surreale, assurda” racconta la figlia di Riina; la famiglia ha trascorso 19 anni di latitanza prima che il padre venisse arrestato nel 1993 e in seguito condannato per omicidio plurimo. “Sentivo quello che tutti dicevano di noi, ma era come se non avesse a che fare con noi. Come se non parlassero di me, di mio padre o della mia famiglia, ma di qualcun altro”.

Le donne di mafia devono tacere ed essere leali. Ma se i loro uomini vengono arrestati, devono spesso prendere il comando. Maria Concetta Riina non tace più. Ma da quel che dice a volte, sembra che le abbiano fatto il lavaggio del cervello: “Mio padre è stato dipinto come assetato di sangue, crudele, quasi una bestia, uno che ha ordinato anche l’uccisione di bambini. Ma per me come figlia queste cose non esistono. Io sono il risultato di quello che lui mi ha trasmesso: istruzione. Morale. Rispetto, e non nel senso di omertà”. Difende suo padre, al quale sarebbero stati imputati dei delitti che in realtà avrebbero commesso altri.

La figlia di Riina ha la stessa bassa statura del padre e gli stessi zigomi piatti che danno al padre quell’aspetto da contadino del luogo. “La bestia” è stata condannata all’ergastolo per oltre 100 omicidi, le sue vittime più famose sono i giudici di mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Eppure non una parola di rammarico dalla bocca di sua figlia.

Invece si lamenta perché a causa del suo nome non trova lavoro e del fatto che non può più toccare suo padre, perchè quando lo va a trovare in carcere lui siede dietro ad un vetro. Si scopre quanto pesante sia l’esistenza nel sottosuolo. “Era come una seconda vita”, così descrive la sua emersione dall’illegalità quando aveva 18 anni. Cosa racconti ai suoi tre figli del nonno assassino, non lo dice.

[Articolo originale di Clemens Wergin]

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