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Fonte: http://www.mentereale.com/20090223682/News/Articoli/chi-ha-scatenato-la-seconda-guerra-mondiale.html

di Francesco Lamendola

A qualsiasi studente di qualunque parte del mondo viene insegnato, nella maniera più lineare ed esplicita, che la seconda guerra mondiale è stata scatenata da Hitler all’alba del 1° settembre 1939, allorché egli diede ordine alla Wehrmacht di lanciare l’attacco contro la Polonia.

Non solo.
Mentre più o meno tutti gli storici sono concordi nel mettere in chiaro che, per ogni conflitto verificatosi nella storia dell’umanità – dalla guerra del Peloponneso fino alla Guerra dei Cent’anni e alle campagne napoleoniche – è impossibile separare in maniera univoca, senza margini d’incertezza e senza residui, i torti e le ragioni reciproche di ciascuna delle due parti in lotta, in quel caso e solo in quel caso si proclama che è stata trovata l’eccezione alla regola: ossia che tutti i torti furono da una sola delle parti in causa, mentre le ragioni furono tutte dall’altra.

Perfino per la prima guerra mondiale si ammette che, se è vero che fu l’Austria-Ungheria a dare fuoco alle polveri, dichiarando la guerra alla Serbia, e che, poi, fu la Germania ad allargare il conflitto, dichiarando la guerra sia alla Russia che alla Francia, nondimeno bisogna riconoscere che gravi responsabilità sono imputabili anche alla Russia, alla Francia e alla Gran Bretagna – per non parlare, appunto, della Serbia, da cui tutto era partito, con il complotto che portò all’assassinio dell’arciduca ereditario austriaco, Francesco Ferdinando d’Asburgo.
Ma per la seconda guerra mondiale, e solo per essa, la grande maggioranza degli storici, e praticamente tutti i manuali ad uso scolastico, si discostano dalla regola e proclamano che mai come in quel caso è apparsa evidente la volontà di guerra di una delle due parti – quella tedesca – e, viceversa, la volontà di pace dell’altra – ossia il resto del mondo.
Questo, almeno, è quanto dice la Vulgata storiografica diffusa dai vincitori sessant’anni fa e non più smentita, se non, in anni a noi vicini, da un manipolo di studiosi indipendenti, ai quali è stato subito affibbiato l’epiteto ingiurioso di «revisionisti», e sottintendendo che solo bieche ragioni di inconfessabile ammirazione per il nazismo possono averli spinti su quel piano inclinato, che, secondo loro (ma con logica assai discutibile), finisce per condurre sullo stesso terreno dei «negazionisti» del genocidio ebraico.
Ci troviamo davanti, insomma, al solito ricatto: mettere in dubbio il fatto che Hitler abbia deliberatamente voluto scatenare la seconda guerra mondiale, significherebbe farsi moralmente complici delle atrocità del nazismo, a cominciare dal genocidio degli ebrei. Non si è disposti ad ammettere che il fatto di rivedere le responsabilità di Hitler circa la scatenamento della seconda guerra mondiale non significa affatto avallare, e tanto meno giustificare, la politica interna ed estera del suo governo; ma solo e unicamente ristabilire un criterio di oggettività spassionata nell’attribuzione delle ragioni e dei torti circa l’inizio del conflitto.

Eppure, tutti gli storici militari sono giunti alla conclusione che la Germania, nel 1939, non aveva affatto terminato il proprio programma di riarmo e non era pronta ad affrontare un conflitto generalizzato con le altre grandi potenze. Viceversa, numerosi storici militari hanno osservato che la Gran Bretagna, spaventata dal riarmo tedesco, e specialmente da quello navale, aveva tutto l’interesse a precipitare una crisi entro il 1942, ossia prima che il volume della produzione industriale tedesca nel settore degli armamenti strategici superasse irrimediabilmente quello britannico.

Ha scritto lo storico Franco Bandini a questo proposito, nel suo brillante saggio «Tecnica della sconfitta» (Milano, Longanesi & C., 1962, 1971, vol. 1, pp. 43, 58):

«È evidente che, varando questo programma [ossia il riarmo navale della Germania], Hitler conta su un fatto molto semplice: tra il 1942 e il 1943, al massimo entro il 1944, disporrà di otto navi di linea, due incrociatori da battaglia, e tre corazzate tascabili. A queste navi dovranno essere aggiunte le otto italiane: complessivamente, dunque, si avranno 18 corazzate e tre “tascabili”. Per la stessa epoca gli inglesi arriveranno a venti, ed i francesi a sette: il divario si sarà ristretto numericamente, ma la bilancia avrà tracollato in modo definitivo poiché di tali 27 unità soltanto undici saranno moderne o relativamente moderne. Nessuna concentrazione navale alleata potrà mai tenere testa ai sei mastodonti tedeschi: il dominio dei mari e l’intero sistema imperiale inglese, con tutte le sue delicate implicazioni di trasporto e di collegamento, potrà essere scardinato alla base. Dai tempi della “Invencibile Armada”, da trecentocinquant’anni, questo pericolo non è mai sorto all’orizzonte della potenza inglese in modo così drammatico ed urgente. L’Inghilterra è sempre riuscita a trasformare una Regia Foresta in una nave di linea con una velocità doppia di qualunque suo avversario continentale: ora è vero esattamente il contrario. Kiel e Amburgo sono più veloci di Southampton e Clydebank. (…)
Nel caso la Gran Bretagna avesse ritardato anche soltanto di un anno la sua entrata in guerra, la flotta tedesca non avrebbe potuto essere battuta. Ciò spiega a sufficienza quelle decisioni, ancora completamente oscure, che vennero prese a Londra all’inizio del 1939, e la stretta necessità di esse. E rende perfettamente conto di come il vero andamento della guerra, più che a sfolgoranti vittorie terrestri, sia stato legato, invece, a pochi nomi di grandi navi, i cui successi o la cui messa fuori combattimento cambiarono o avrebbero potuto cambiare la sporte del mondo.
La Gran Bretagna si rese conto di ciò che significava il programma di Hitler con percezione fulminea. E l’urgenza fu tale che venne perfino deciso di non attendere, per le nuove navi da battaglia, le previste torri da 406, per ripiegare su quei complessi da 356 che erano già pronti. B Poiché il margine era ormai tanto ridotto che era preferibile disporre entro il 1941 di due navi da battaglia anche meno potenti del possibile, che aspettarle fino al 1942. È molto probabile che decisioni di questo tipo, e poche altre sulla stessa linea, abbiano costituito la differenza tra la realtà quale noi conosciamo del secondo conflitto mondiale, ed un “futuribile” assai diverso.
La discesa in guerra anticipata della Gran Bretagna regalò probabilmente ad Hitler una bella serie di vittorie terrestri: ma come aveva previsto Raeder, gli tolse la possibilità immediata di battere l’avversario sul mare.»

Il governo britannico, dunque, e segnatamente Chamberlain e Churchill (fra loro d’accordo circa il pericolo immediato rappresentato dal veloce riarmo navale tedesco e dalla costruzione di supercorazzate della classe «Tirpitz») era, dunque, ben deciso a scatenare una guerra contro la Germania, prima che la flotta di quest’ultima realizzasse il temutissimo «sorpasso» ai danni di quella inglese, cioè entro e non oltre il 1942 o il 1943; e, pertanto, andava cercando un plausibile pretesto per realizzare i suoi intenti, mascherando la propria volontà aggressiva dietro il paravento di una «buona causa»», ovvero la difesa di una qualche piccola nazione dell’Europa centro-orientale minacciata dalle mire espansionistiche di Hitler.
Che in un simile calcolo poco o nulla c’entrasse la Polonia, e meno ancora la città di Danzica – tedesca per storia, cultura, lingua e tradizioni -, questo è il classico segreto di Pulcinella che, nondimeno, quasi tutti gli storici si sforzano di non divulgare: col risultato che il grosso pubblico crede ancora alla versione ufficiale di una Gran Bretagna pacifica e quasi indolente, letteralmente costretta a prendere le armi per difendere il diritto alla sopravvivenza della Polonia e, in prospettiva, dell’Europa continentale. Che è quanto dire credere ancora alle favole, ossia che una grande potenza possa giocarsi il proprio destino in una guerra lunga e difficile solo per farsi paladina della libertà altrui (come, peraltro, era già riuscita a far credere la Gran Bretagna nell’agosto 1914, quando era entrata in guerra per difendere la sovranità violata del «poor little Belgium»).
Del resto, come si poteva definire la Polonia una «piccola» potenza, dal momento che i suoi stessi dirigenti erano talmente convinti che fosse «grande», da baloccarsi seriamente con l’idea che essa avrebbe potuto affrontare vittoriosamente la Germania anche da sola; e che, se necessario, avrebbe potuto difendersi con successo sia contro la Germania che contro l’Unione Sovietica contemporaneamente?
Il grosso pubblico ignora ancor oggi, a quasi sette decenni da quegli eventi, che la Gran Bretagna e la Francia non erano particolarmente preoccupate per la sorte della Polonia – come non lo era, del resto, la Polonia stessa, i cui dirigenti, con folle megalomania, pensavano di poter conquistare Berlino in pochi giorni -; ma semmai, per la Romania, cui desideravano offrire una «copertura» contro un attacco tedesco, ritenuto dai più come imminente (anche se del tutto a torto, come tra poco avremo occasione di mostrare).
Ma procediamo con ordine.
Tutti sanno che l’attacco tedesco alla Polonia, il 1° settembre 1939, fu seguito dalla dichiarazione di guerra della Gran Bretagna e della Francia alla Germania, due giorni dopo, a causa della garanzia che i governi di Londra e di Parigi avevano offerto a quello di Varsavia, il 31 marzo, sotto l’impressione dell’occupazione tedesca di Praga, avvenuta due settimane prima..
Ora, è ben vero che quest’ultima mossa di Hitler violava sia lo spirito che la lettera del patto di Monaco del settembre precedente, allorché il dittatore nazista aveva solennemente dichiarato di non desiderare altro che la retrocessione dei tre milioni e mezzo di tedeschi abitanti nei Sudeti, e di non essere interessato al resto della Cecoslovacchia. Ma è altrettanto vero che l’occupazione tedesca della Boemia e della Moravia ebbe luogo dopo che la crisi dello Stato cecoslovacco, o di quel che ne rimaneva dopo Monaco, era precipitata in tempi estremamente rapidi, a causa della volontà indipendentistica degli Slovacchi – volontà che gli eventi che hanno portato alla separazione definitiva fra Slovacchia e Repubblica ceca, dopo il crollo dei regimi comunisti, hanno mostrato avere delle solide radici storiche; mentre la Cecoslovacchia del 1918, creata da Masaryk e da Wilson, non ne aveva affatto.
Si dimentica di ricordare, inoltre, che era stato proprio il presidente cecoslovaccoi Hacha, successore di Benes, a rivolgersi al governo tedesco in quel drammatico frangente, per averne aiuto e consiglio; mentre la Polonia e l’Ungheria erano lì, pronte a fare la parte degli sciacalli, arraffando, rispettivamente, la Rutenia Subcarpatica e il distretto minerario di Teschen; e che Hitler, in quella circostanza, si trovò quasi costretto a prendere la decisione di assumere il protettorato sulla Boemia e la Moravia.
Sia come sia, l’ingresso delle forze armate tedesche a Praga, il 15 marzo 1939 (un anno giusto dopo l’«Anschluss», che quella mossa aveva reso possibile) mise letteralmente in orgasmo la diplomazia britannica e spinse il «flemmatico» ed «ingenuo» Chamberlain – che, secondo la Vulgata corrente, sarebbe stato giocato a Monaco dalla perfidia di Hitler – a impegnare il governo britannico, per la prima volta dai tempi delle guerre napoleoniche, a intervenire in un eventuale conflitto sul continente, offrendo una cambiale in bianco al governo polacco.
In effetti, il 21 marzo (appena una settimana dopo il «colpo» tedesco su Praga), mentre A. Lebrun e Bonnet erano recati a Londra in visita ufficiale, l’ambasciatore polacco a Berlino veniva convocato da Ribbentrop, che gli propose la cessione di Danzica alla Germania e la costruzione di un’autostrada extraterritoriale attraverso il Corridoio polacco. Appena giunto a Londra, il ministro degli esteri francese si vide sottoporre da Halifax il testo di una proposta congiunta di assistenza della Gran Bretagna, della Francia, della Polonia e della Russia alla Romania, la quale ultima, in quel momento, sembrava minacciata da una imminente azione tedesca.
In realtà, anche qui si era verificato un grosso pasticcio, in cui gli statisti occidentali vollero vedere nel governo nazista una dose di malafede maggiore di quella che, effettivamente, ebbe. Si era trattato di questo: Berlino aveva fatto pressioni su Bucaret per indurre la Romania ad entrare nell’orbita commerciale tedesca; ma, per il momento, non aveva pensato affatto ad un’azione di tipo militare.
Invece l’ambasciatore romeno a Londra, Tilea, sulla base di non si sa quali informazioni, il 16 marzo – l’indomani dell’ingresso dei Tedeschi a Praga – si presentò al Foreign Office, sostenendo che il suo Paese era in stato di pericolo imminente; e vi ritornò il 17, precisando che, ormai, l’invasione armata nazista era solo questione di ore.
Non c’era niente di vero, tant’è che il governo romeno si affrettò a smentire il proprio ambasciatore, il quale aveva agito senza alcuna istruzione formale; ma, intanto, il meccanismo si era messo in moto. Londra e Parigi avevano fatto propria l’idea che la Germania fosse sul punto di invadere la Romania, e le successive smentite non valsero a fugare interamente le loro preoccupazioni, né a modificare il loro atteggiamento.
Dopo l’invasione tedesca di quel che restava della Cecoslovacchia, i governi democratici erano pronti a vedere ovunque perfide macchinazioni naziste; perfino il governo di Roma si era allarmato, e la decisione improvvisa di invadere militarmente l’Albania – un Paese che, di fatto, era già un protettorato italiano – e di annetterla, venne presa da Mussolini essenzialmente come «risposta» al colpo tedesco su Praga (nel Duce era ancor vivo il bruciante ricordo di quando l’Austria, nel 1908, aveva alterato l’equilibrio balcanico annettendosi la Bosnia.-Erzegovina, lasciando l’Italia a mani vuote).
Sia come sia, a Londra e Parigi si era convinti che, da un momento all’altro, Hitler avrebbe invaso la Romania, ed erano decise (specialmente la prima) a fargli intendere che la Cecoslovacchia era stata la sua ultima preda inerme; mentre, da allora in poi, se avesse voluto continuare nella politica di espansione (come l’annessione di Memel, a danno della Lituania, sembrava chiaramente indicare), non avrebbe dovuto illudersi di ripetere il gioco di Monaco, ossia di sfruttare la loro buona fede, scambiandola per una forma di arrendevolezza.
E qui venne a crearsi una situazione veramente paradossale, poiché il governo sovietico fece sapere che avrebbe aderito a una simile garanzia multilaterale verso la Romania, solo a condizione che essa venisse sottoscritta anche dalla Polonia; la quale, non fidandosi delle intenzioni sovietiche e vedendo tuttora il pericolo principale venire da Mosca piuttosto che da Berlino (Beck non aveva capito che il suo rifiuto alle proposte di Ribbentrop avrebbe significato la guerra), esitò e fece sapere, il 23 marzo, di non essere pronta a sottoscrivere un’alleanza che comprendesse l’Unione Sovietica.
A quel punto, il governo di Londra si risolse, il 26 marzo, ad offrire una garanzia bilaterale alla Polonia, impegnandosi ad intervenire in sua difesa, se questa fosse stata attaccata dalla Germania; e ciò, pur sapendo benissimo di non essere in grado di prestarle alcun aiuto efficace.
Ha scritto in proposito lo storico militare inglese sir Basil Liddell Hart («La seconda guerra mondiale» (traduzione italiana di Giorgio Pietrostefani; in «Storia del mondo moderno» dell’Università di Cambridge, vol. XII, 1972, p. 895-96):

«Nel marzo del 1939, Hitler occupò il resto della Cecoslovacchia e accerchiò così il fianco della Polonia. Fu questa l’ultima delle manovre “non sanguinose”: il destino volle che questo suo passo fosse seguito da una mossa sconsiderata da parte del governo britannico, cioè la garanzia improvvisamente da esso offerta alla Polonia e alla Romania, entrambe strategicamente isolate, senza prima garantirsi una qualche assicurazione da parte della Russia, la sola potenza che potesse dare a queste due nazioni un appoggio effettivo.
Per il momento in cui cadevano, era inevitabile che queste garanzie facessero l’effetto di una provocazione; e infatti, come ora sappiamo, finché non si trovò davanti a questo gesto di sfida Hitler non ebbe intenzione di attaccare immediatamente la Polonia. Concesse a parti d’Europa inaccessibili alle forze della Gran Bretagna e della Francia, le garanzie costituirono una tentazione quasi irresistibile. Così le potenze occidentali minarono alla base il solo tipo di strategia a loro accessibile, data la loro deficienza di forze d’attacco mobili: invece di fermare l’aggressione presentando un fronte molto forte contro qualsiasi attacco in occidente, dettero a Hitler una facile occasione di abbattere un fronte debole e di ottenere così un successo fin dall’inizio.
La cosa più strana di questo periodo fu la fiducia degli uomini politici che la garanzia data alla Polonia – una vera e propria assurdità dal punto di vista strategico – potesse costituire un deterrente per Hitler. L’unico che si espresse contro questa follia fu Lloyd George; Churchill invece, che pure era in grado di vederne i lati deboli, parò a suo favore.
Hitler, che aveva una mente da stratega, fu lesto a capire che solo l’aiuto della Russia avrebbe potuto rendere efficace la garanzia inglese. Così, ingoiando il terrore e l’odio per il bolscevismo, egli dedicò tutti i suoi sforzi e le sue energie ad accordarsi con la Russia e ad assicurarsene l’astensione dal conflitto.»

Il resto è noto.
Il 26 marzo erano stati rotti i negoziati tedesco-polacchi per la questione di Danzica; il 28 aprile il governo di Berlino aveva denunciato la rottura del patto di non aggressione tedesco-polacco e del patto navale anglo-tedesco del giugno 1935 (quello sciagurato patto navale che aveva infranto il «fronte di Stresa», formatosi neanche due mesi prima, ed aveva letteralmente gettato Mussolini nelle braccia di Hitler).
Poi, il 21 agosto, Ribbentrop volava a Mosca, cogliendo di sorpresa tutte le cancellerie europee e l’intera opinione pubblica mondiale; e due giorni dopo, il 23, firmava con il suo omologo sovietico, Molotov, il celebre patto di non aggressione russo-tedesco, che comprendeva un protocollo segreto circa la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici.
Fu quella la mossa che rese la guerra realmente inevitabile; e, infatti, Hitler non aspettò neppure una settimana per scatenare la micidiale «Blitzkrieg» contro la Polonia, la cui resistenza sarebbe stata liquidata in soli diciassette giorni.

Ecco come lo storico inglese A. J. P. Taylor ha ricostruito quel passaggio cruciale nella sua opera ormai classica «Le origini della seconda guerra mondiale» (titolo originale: «Thoe Origins of the Second World War», Hamish Hamilton, London, 1961; traduzione italiana di Luciano Bianciardi, Bari, Laterza Editori, 1961, 1965, pp. 277-83):

«Agli inglesi parve cosa vitale la creazione immediata [ossia, dopo l’annessione di Memel alla Germania, il 23 marzo 1939]di un “fronte della pace”; e per questo tutto dipendeva dalla Polonia: se s riusciva a guadagnarsela, il “fronte della pace” sarebbe stato solido, se invece essa ne restava fuori, sarebbe stato come se il fronte non esistesse. Gli inglesi non immaginavano che la Polonia fosse essa stessa sotto la minaccia di un pericolo imminente da parte tedesca; al contrario, temevano che scegliesse di schierarsi con la Germania, specialmente con Memel sul tappeto. Nemmeno i polacchi si sentivano in pericolo, e continuavano ancora a proporsi di seguire, nei confronti della Germania, una linea indipendente, ma parallela, come avevano fatto durante la crisi di Monaco. Erano però seccati dal fatto che Hitler aveva creato la Slovacchia senza prima consultarli – e senza permetter loro alcun guadagno – e decisero di affermare la propria parità. Il 21 marzo il loro ambasciatore a Berlino, Lipski, andò da Ribbentrop a protestare contro il comportamento tenuto dai tedeschi a propositi della Slovacchia, , che “poteva riguardarsi solo come un colpo contro la Polonia”. Ribbentrop si trovava in una posizione di debolezza, e lo sapeva; per difendersi, espresse a sua volta delle lagnanze: la stampa polacca, disse, , si stava comportando male: “si andava delineando un graduale irrigidimento delle relazioni tedesco-polacche”. Danzica doveva ritornare al Reich: sarebbe stata la maniera per ribadire la posizione della Polonia al fianco della Germania; ; poi ci sarebbe potuta essere una garanzia tedesca per il Corridoio, un trattato di non aggressione per 25 anni, e una “politica comune” in Ucraina. Lipski fu spedito a presentare l’offerta a Beck. La cooperazione con la Polonia rimaneva l’obiettivo della Germania. Anche Hitler ragionava così; il 25 marzo emanò la seguente direttiva:
“Il Führer non vuole risolvere la questione di Danzica con la forza. Non vuole con questo gettare la Polonia nelle braccia degli inglesi.
Una possibile occupazione militare di Danzica potrebb’essere presa in considerazione solo se L[ipski] facesse capire che il governo polacco non potrebbe giustificare dinanzi al proprio popolo la cessione volontaria di Danzica e che un fatto compiuto gli faciliterebbe la questione.”
Hitler puntava ad allearsi con la Polonia, non a distruggerla. A questo fine, Danzica era solo un noioso preliminare, da togliere di mezzo. E invece in mezzo ce lo tenne Beck come prima: finché Danzica rimaneva fra la Polonia e la Germania, egli poteva sottrarsi alla imbarazzante offerta di un’alleanza tedesca e quindi, pensava, salvare l’indipendenza polacca. I calcoli di Beck funzionarono, anche se non esattamente come egli aveva inteso. Il 26 marzo Lipski ritornò a Berlino. Portava con sé un fermo rifiuto di cedere su Danzica, seppur non di negoziare. Fino a questo momento tutto si era svolto in segreto, senza che il pubblico avvertisse alcuna incrinatura; nei rapporti fra Germania e Polonia; ora il contrasto fu portato in piena luce. Beck, per dimostrare la propria risolutezza, chiamò alle armi i riservisti; Hitler, per facilitare il corso delle cose da lui immaginato, diede alla stampa tedesca, per la prima volta, il permesso di parlare della minoranza tedesca in Polonia. Corse voce di movimenti di truppe tedesche verso la frontiera polacca, così come s’era parlato di truppe tedesche in marcia contro la Cecoslovacchia il 21 maggio 193. Ma anche queste erano voci sena fondamento, inizialmente diffuse, a quanto pare, dai polacchi, ma favorite poi da certi generali tedeschi che affermavano di essere contrari a Hitler. Questi generali “avvertirono” il governo britannico. A che scopo? Perché la Gran Bretagna dissuadesse Hitler minacciandolo con la guerra? O perché lo defraudasse della sua guerra inducendo i polacchi a cedere su Danzica? Forse l’una e l’altra cosa: un po’ più la seconda della prima.»Ad ogni modo i generai parlarono con il corrispondente del “News Chronicle”, espulso proprio allora dalla Germania, e il 29 marzo questi mise a sua volta in allarme il Foreign Office. Vi trovò gente disposta ad ascoltarlo: dopo l’invasione di Praga, e la presunta minaccia ala Romania, ormai gli inglesi erano disposti a credere qualunque cosa. Essi non pensavano affatto a Danzica; immaginarono che addirittura la Polonia si trovasse in imminente pericolo, e che avrebbe ceduto, nessun allarme, è vero, era stato dato dall’ambasciatore britannico a Berlino; ma il Foreign Office già altre volte ne era stato fuorviato, o almeno così credeva, e adesso preferì dar retta al giornalista. Sembrava indispensabile un’azione immediata, se si voleva sostenere il morale dei polacchi e salvare il “fronte della pace”.
Il 30 marzo, di suo pugno, Chamberlain redigeva questa assicurazione per il governo polacco:
“Se…venisse intrapresa un’azione che minacciasse chiaramente la sua indipendenza, e alla quale il governo polacco si sentisse di conseguenza costretto a resistere con le sue forze nazionali, il governo di Sua Maestà e il governo francese gli presterebbero immediatamente ogni aiuto possibile.”
Quel pomeriggio Beck stava discutendo con l’ambasciatore britannico come attuare la proposta, avanzata una settimana prima, d’una dichiarazione generale, quando fu portato un telegramma in arrivo da Londra. L’ambasciatore lesse l’assicurazione di Chamberlain e Beck l’accettò, così, “fra due colpetti alla sigaretta per scuoterne la cenere”. Due colpetti e i granatieri britannici sarebbero morti per Danzica. Due colpetti, e la illusoria grande Polonia, creata nel 1919, firmava la sua condanna a morte. L’assicurazione era incondizionata: stava solo ai polacchi giudicare l’opportunità di farvi ricorso. Gli inglesi non potevano più sollecitare concessioni a proposito di Danzica; allo stesso modo non potevano più spingere la Polonia a collaborare con la Russia sovietica. La Germania e la Russia erano considerate in Occidente due potenze pericolose:, dittatoriali nel governo, brutali nei metodi; eppure dea quel momento la pace poggiava sul presupposto che Hitler e Stalin fossero più sensati e cauti di quanto era stato Chamberlain – che cioè Hitler continuasse ad accettare, a Danzica, condizioni che la maggioranza degli inglesi aveva a lungo considerato intollerabili, e che Stalin fosse pronto a collaborare in condizioni di manifesta disparità. Questi presupposti assai difficilmente si sarebbero avverati.»

Ci sembra giunto il momento di tirare le somme di quanto siamo andati fin qui esponendo. Meritano di essere particolarmente evidenziati i seguenti punti:

1) Hitler, ancora nel marzo del 1939, non pensava affatto di attaccare la Polonia, ma solo di ottenere la cessione di Danzica, facendo entrare Varsavia nell’orbita politica tedesca;
2) Hitler non aveva previsto il collasso così rapido dello Stato cecoslovacco dopo la Conferenza di Monaco, e l’occupazione di Praga fu una conseguenza quasi inevitabile di esso;
3) I governi inglese e francese credettero che la successiva mossa tedesca sarebbe stata diretta contro la Romania, e, per proteggere quest’ultima, cercarono di coinvolgere l’Unione Sovietica e la Polonia;
4) La diffidenza polacca indusse il governo inglese a lasciar fuori l’Unione Sovietica e ad offrire una garanzia unilaterale alla Polonia, pur sapendo di non poter fare nulla di concreto per aiutarla in caso di attacco tedesco;
5) Il governo inglese firmò una simile «cambiale in bianco» a quello polacco senza consultarsi preventivamente con l’alleato francese, che si trovò, in tal modo, preso al rimorchio della politica britannica, su una questione così vitale;
6) Il governo inglese non solo lasciò cadere la proposta di associare l’Unione Sovietica nel fronte antitedesco, destando in Stalin una più che giustificata diffidenza e spingendolo, in agosto, al patto con la Germania; ma non pretese dalla Polonia alcuna garanzia di aiuto alla Romania, nel caso che ad essere attaccata dai Tedeschi fosse quest’ultima;
7) Tutto, in sostanza, dipendeva dalle decisioni che avrebbe assunto il governo polacco, il quale si trovava libero di agire in un senso o nell’altro: cedere Danzica alla Germania o decidere di resisterle, ma senza venire a patti con l’Unione Sovietica.

Ora, il governo polacco – un governo fortemente autoritario, che aveva partecipato al banchetto degli sciacalli sul corpo della Cecoslovacchia e che aveva avuto l’impudenza di lamentarsi con Hitler perché non era stato consultato circa l’indipendenza della Slovacchia – sopravvalutava enormemente la propria forza militare, e riteneva che solo opponendo un rifiuto categorico alle proposte tedesche ,avrebbe potuto conservare la propria indipendenza.
Né la «cambiale in bianco» rilasciata da Chamberlain a Beck era fatta per riportare il governo polacco a più miti consigli, o per indurlo a non fidarsi troppo della propria di fronteggiare, sul piano militare, un’aggressione tedesca. Al contrario, si può dire che essa finì per dargli definitivamente alla testa; così come essa agì, indirettamente, come un invito a Hitler e Stalin affinché i due dittatori si mettessero d’accordo fra di loro, visto che niente avrebbero potuto aspettarsi dalle democrazie occidentali.
Ci sembra che ve ne sia abbastanza per rimettere in discussione la versione tradizionale sulle responsabilità circa lo scoppio della seconda guerra mondiale; e che una valutazione più equanime e spassionata debba riconoscere che la Gran Bretagna – e, in misura minore, la Francia – vi ebbero almeno altrettanta responsabilità, di quanta ne ebbe la Germania; per non parlare dell’Unione Sovietica e della stessa Polonia: la quale ultima, con le sue pretese da grande potenza e con la sua assoluta intransigenza sulla questione di Danzica, finì per giocare un ruolo decisivo e fuori di ogni controllo in quella drammatica congiuntura.

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