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Fonte: http://www.carta.org/campagne/ambiente/gas/16210

L’ordine è partito dal centro operativo del Gazprom ed è stato concordato con il governo di Putin. E così il blocco del flusso di gas verso l’Ucraina non è più solo una minaccia. Ora è operativo e sta a significare che la riduzione sarà pari a 65 milioni e 300 mila metri cubi, cioè la quantità di gas che l’Ucraina ha sottratto ai consumatori europei, clienti fedeli della Russia. Ma a soffrire per questa decisione non sarà, ovviamente, la sola Kiev, perché i gasdotti forniti di gas russo si irradiano, dall’Ucraina, verso altre nazioni. A forte rischio c’è anche l’Italia che dipende dal gas russo per il 30 per cento del suo import e che ha scorte per almeno un mese come sostiene il ministro Scajola. Si scatena così quella che nel gergo geopolitico e geoeconomico è chiamata la «guerra del gas». Da un lato c’è la potenza produttrice [Russia] e dall’altro la nazione che offre il «transito» [Ucraina] ricevendo anche una parte del prodotto. Ma è sulla questione del prezzo da pagare che non si trova l’accordo.

Perché Mosca, capitale di un capitalismo novello, vuole portare i suoi prezzi a livello del tanto auspicato mercato mondiale. E l’Ucraina – che pure aspira ad essere capitalista a tutti i costi – non vuole ammettere di dover fare i conti con la realtà globalizzata. E così il vicepresidente del «Gazprom» ha facile gioco dichiarando che Kiev è «erroneamente associato all’Occidente e ai valori democratici» e che si sta «comportando in modo barbaro». Ed ecco che questo scontro alimenta – in Europa, soprattutto – la paura per il ritorno sulla scena dell’Orso russo. Non più quello dei missili, ma quello dei flussi di gas che possono, a seconda dei casi, essere ridotti o aumentati. Ma quel che spesso si dimentica in proposito è che i russi dipendono dagli introiti derivanti dalla vendita di gas a paesi europei molto più di quanto l’occidente dipenda dalle loro forniture.

Comunque sia la Russia resta pur sempre un attore cruciale nella partita globale dell’energia. E in proposito sappiamo che insieme all’Arabia Saudita è tra i due maggiori produttori di petrolio al mondo. Che ha immense riserve di gas naturale e che si trova notevolmente avvantaggiata dagli alti prezzi attuali dell’energia. Non solo, ma proprio grazie ai proventi dall’esportazione di gas e petrolio, è riuscita a mettere in piedi una grande riserva di valuta estera, la terza al mondo dopo Giappone e Cina. E ancora: negli ultimi anni è riuscita a ricondurre alla propria industria tutti i settori decisivi dell’economia nazionale e l’energia, alimentando dal 2000 il 7 per cento della crescita economica annua. Ed è così divenuta un paese chiave nello scenario globale.

Esplode ora, in questo contesto, la crisi con Kiev. I russi tengono duro e Putin, mentre il paese festeggia il Natale ortodosso, si affaccia alla tv a reti unificate spiegando la situazione. Difende la politica commerciale e, di conseguenza, difende il suo gioiello, quel Gazprom che è la potente piovra del sistema economico del Cremlino.

Ma in Russia tutti sanno che non è solo un problema di gas. Perché la guerra con l’Ucraina dura da tempo e precisamente dal momento del crollo dell’Urss, con la conseguente spartizione dei gioielli di famiglia: le basi navali del mar Nero, la flotta, le testate nucleari, la sovranità sulla penisola di Crimea, la sorte dei cittadini russi e di origine russa che si trovano a vivere in un paese ora straniero…

E così Putin, dalla tv, ha buon gioco parlando di un’Ucraina «ingrata e ladra». I russi lo seguono perché si sentono offesi per quanto sta avvenendo. Pur se la crisi non sembra preoccuparli più di tanto: definiscono il tutto come una semplice conseguenza della crisi mondiale. E’ «un fenomeno momentaneo» fa notare il quotidiano Kommersant. Non si escludono, però, ripercussioni sull’economia reale, come nei settori produttivi, nell’edilizia e nelle costruzioni, con inevitabili svalutazioni dei beni immobili e di altre varie attività imprenditoriali.

La banca centrale russa, nel contempo, prevede un deterioramento delle condizioni esterne dello sviluppo economico del Paese per il prossimo biennio 2009-2011, come causa del rallentamento dell’economia globale. E il Cremlino, intanto, ritiene che il problema del rapporto con Kiev non è solo finanziario, ma ha un volto sociale e geopolitico che rivela l’esistenza di una forte divisione tra l’elite che governa l’Ucraina e la gente comune, russa o ucraina. E più si va avanti ci si rende conto del fatto che il Cremlino sta conducendo una battaglia che deve essere vinta a tutti i costi. Pur dovendo stringere i rubinetti.

Intanto da Bruxelles l’Ue esorta i contendenti a «onorare i loro impegni» su transito e rifornimenti. Anche l’amministrazione americana uscente del presidente George Bush auspica garanzie per la stabilità dei mercati energetici, sottolineando le possibili «conseguenze umanitarie». Ma la reazione di Kiev appare per ora molto distante dalle paure dell’Occidente per la crisi del gas. Il presidente ucraino Viktor Iushenko dichiara che i clienti europei di Gazprom e della rete di gasdotti ucraina non subiranno conseguenze dal braccio di ferro in atto. E si dice convinto che «entro pochi giorni» si troverà un’intesa. Intanto una delegazione di Kiev va in visita nelle capitali dei Paesi dell’Ue per colloqui tesi a «trovare una soluzione al problema delle forniture di gas russo in Europa».

Ma la Russia è sempre più diffidente. E il portavoce di Gazprom, Serghei Kuprianov, [un personaggio che ogni volta che appare in televisione annuncia situazioni a rischio…] imputa il flop negoziale a una precisa volontà ucraina di far saltare gli accordi per prendere tempo. Poi fa notare che il rimborso dei debiti miliardari dell’Ucraina nei confronti di Mosca è una condizione alla quale Gazprom ha vincolato le esportazioni verso l’Ucraina nel 2009.

Sulla scena, a seguire, compare l’ucraino Iushenko, il quale afferma che Kiev ha proceduto al rimborso dei debiti: 1,5 miliardi di dollari fra arretrati di novembre e bolletta di dicembre. Ma Gazprom, non conferma il pagamento di questa cambiale annunciando che saranno tagliati i rifornimenti di gas all’Ucraina in mancanza di un nuovo accordo sul gas.

Ed ecco subito il vicepresidente di Gazprom, Alexander Medvedev, che durante una conferenza stampa a Praga, accusa l’Ucraina di «rubare» 35 milioni di metri cubi di gas al giorno e intima di pagarli, insieme con gli arretrati. E dice: «Se calcoliamo il totale del gas prelevato dall’oleodotto per l’esportazione e quello preso negli stoccaggi sotterranei, il totale del gas preso da Naftogaz Ukraini supera i 35 milioni di metri cubi al giorno». Si sviluppa così la guerra delle cifre e dei dollari. Con gli ucraini che parlano di ricatto russo caratterizzato da richieste di aumenti che potrebbero causare una «catastrofe umanitaria» in Ucraina. Tutto questo, secondo Naftogaz, viola i precedenti accordi tra le parti.

Sin qui la guerra del gas. Ma a Mosca si annuncia un’altra guerra che, partendo dal generale malessere dell’economia energetica [almeno per quanto riguarda i rapporti internazionali], potrebbe portare al progressivo irrigidimento delle sue strutture socioeconomiche e all’inerzia della politica economica. E qui si alza una voce autorevole, quella del consigliere economico del Cremlino Arkady Dvorkovich. E’ lui che prevede che: «La Russia registrerà un deficit di bilancio per il 2009» e che, di conseguenza, il governo non esclude il ricorso a prestiti stranieri. Si arriva, di conseguenza, al giro di boa per quella politica che Putin prima e Medvedev poi volevano presentare come lineare e senza ostacoli. Questo vuol dire che quella coabitazione di un tempo [una Presidenza riformatrice e un Parlamento conservatore) è decisamente superata e che la tanto attesa globalizzazione [auspicata dai «democratici» di un tempo] detta ora le sue leggi all’interno della Russia. Con il sistema finanziario che entra traballando nel nuovo anno.

Ecco, quindi, che la popolazione si trova a vivere il dramma della recessione a tutti i livelli mentre quelle banche e grandi società che avevano fatto sfoggio della loro ricchezza e potenza cominciano a perdere i colpi. In questo contesto anche quel gigante del Gazprom rivela alcune crepe nella sua struttura globale [ha visto ridursi il proprio capitale di oltre 100 milioni di dollari nel suo bilancio economico] mentre i dati ufficiali di questo inizio d’anno rivelano che le azioni delle tante società russe sono cadute di circa il 70 per cento andando ad intaccare la ricchezza di 25 dei grandi miliardari russi per oltre 230 miliardi di dollari.

Non è possibile, certo, stabilire un confronto con la realtà del Paese a livello di popolazione, ma è anche chiaro che tra i poveri e i ricchi il Cremlino sceglie di stare dalla parte di chi manovra il potere economico elargendo risorse finanziarie che permettano agli oligarchi di continuare a muoversi nel mondo degli affari. Ma non è tutto. L’orizzonte russo mostra molte nuvole grigie quanto a rapporti di vertice. Avviene, infatti, che il presidente Medvedev, nel corso di una intervista televisiva, lascia trapelare l’esistenza di un dissenso sotterraneo con Putin: «La responsabilità finale per quel che accade nel paese e per le decisioni importanti – dice – pesa sulle mie spalle soltanto e io non potrei condividere questa responsabilità con nessuno». Neanche con Putin, quindi. E questo potrebbe voler dire che siamo di fronte ad un cambio di marcia rispetto al solito Medvedev che, quando parla di decisioni importanti, non manca mai di sottolineare di averle prese essendosi consultato con Putin.

Tornano così a galla i cremlinologi che vedono in questa evoluzione il segno di qualcosa che è cambiato. «Sta crescendo la preoccupazione da entrambe le parti, in particolare da quella di Putin» afferma Dmitri Simes, capo del Nixon Centre di Washington. «Nessuno – continua – ha riferito di dichiarazioni di Putin, ma molti di quelli vicini a lui sono in apprensione per questo nuovo atteggiamento» di Medvedev. Simes sottolinea poi il fatto che il capo del Cremlino recentemente ha più volte convocato ministri del governo Putin per dare indicazioni su questioni economiche, «che normalmente sono considerate una prerogativa del premier». E anche nelle recenti dichiarazioni, il presidente è parso meno «deferente» rispetto al suo predecessore. Sembra, quindi, che Medvedev stia probabilmente cercando un suo spazio.

E sulla vicenda arriva una considerazione autorevole come quella di Dmitri Trenin del Carnegie Moscow Centre il quale nota: «Io non credo che il presidente sia contento di essere ancora visto come il partner minore di Putin». Ma Lilia Shevtsova, analista dello stesso Carnegie Centre, va più cauta: «Entrambi – spiega – comprendono che il sistema di potere dipende dal fatto che restino assieme». E così sul fronte del gas i due grandi capi della Russia trovano, per ora, un accordo. Ma è chiaro che si tratta di un abito mentale temporaneo poiché i punti nodali del rapporto a due verranno presto al pettine.

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