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Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/260109-la-%e2%80%9cgiornata-della-memoria%e2%80%9d-dopo-gaza/

“Giornata della memoria”. Cade in un momento difficile per l’ebraismo, che, ormai, è sempre più identificato con lo Stato d’Israele e le sue politiche, a mio avviso sciagurate, che stanno favorendo l’antisemitismo, proprio per questa identificazione che è bilaterale: ossia deriva tanto da un orientamento dello Stato israeliano, che è pronto a dare la cittadinanza a tutti gli ebrei del mondo, sia alle comunità israelitiche che, progressivamente, ma si direbbe inarrestabilmente, vanno assumendo i tratti di agenzie periferiche del governo di Tel Aviv.

Dunque, davanti agli orrori procurati in modo cinico dagli israeliani su una popolazione inerme, e per lo più composta degli inermi fra gli inermi, i bambini, bisognava aspettarsi rifiuti, contestazioni, e quanto meno brontolii sulla celebrazione del 27 gennaio. Specialmente da quando essa è diventata una manifestazione obbligata – per esempio a scuola, con tanto di direttive ministeriali, ribadite da circolari ogni anno, che lasciano poco o nessuno spazio all’autonomia dell’insegnante – che alla lunga finirà per produrre un effetto di banalizzazione, spettacolarizzazione, e infine di saturazione. Da più parti si è chiesto di ricordare accanto e insieme alla Shoa, altri olocausti, “altre Shoa” (come recitava il manifesto di una iniziativa svoltasi a Fasano, in provincia di Brindisi, organizzata dal locale Comitato per Gaza). Ma ricordare in un giorno tutte le vittime dei tanti, troppi massacri della Storia, sarebbe impensabile. E, sia detto per inciso, sempre che si giudichi sensata la memorialistica a date obbligate. Personalmente, ritengo che gli insegnanti di discipline storiche, ma in generale quelli di materie umanistiche, nelle scuole di ogni ordine e grado, dovrebbero cogliere le infinite occasioni che offre l’attualità, al di là dei vincoli imposti dai programmi ministeriali. A gennaio come a maggio, a ottobre come a marzo.

Nondimeno, pur rimanendo entro l’ottica del ricordo da tenersi in una data prestabilita, e al di là delle contestazioni – del tutto giustificate, quest’anno, davanti allo scempio cui abbiamo assistito impotenti, anche quando abbiamo cercato di fare udire la nostra voce, che nulla conta, se non come una testimonianza del rifiuto di essere complici – non condivido il proponimento di associare la memoria di Auschwitz (il 27 gennaio ’45 il campo di sterminio fu liberato dall’Armata Rossa) a quella di altri olocausti, anche di pari o di superiore dimensione: basti pensare a quello perpetrato da noi cristianissimi occidentali, specialmente gli spagnoli e i portoghesi, nelle cosiddette “Indie”, ossia in America, dopo la sua “scoperta”, ai danni dei nativi. Ma sia quell’olocausto – si parla di decine di milioni di esseri umani sterminati da altri esseri umani di “superiore civiltà”–, sia altri tentativi genocidari, dagli Armeni (perpetrato dai Turchi) ai Tutsi (ad opera degli Hutu, anche se non mancarono azioni in senso contrario), sono diversi dalla Shoa, intesa come il progetto del nazionalsocialismo di giungere a una “soluzione finale” della “questione ebraica”, che però era integrata in un più vasto disegno di eliminazione fisica di tutti gli elementi “perniciosi”, “deviati”, e così via. Ossia, gli ebrei; ma anche i Sinti e i Rom, gli omosessuali, i disabili, se possibile gli Slavi, e, non dimentichiamolo, i comunisti, considerati anch’essi una sorta di “razza inferiore”.

Fu diverso quell’olocausto, da tutti i precedenti, e finora, fortunatamente, dai successivi, per le sue modalità, la sua scientificità, la sua organizzazione, esemplata sul modello della fabbrica capitalistica. Comprese le tangenti alle SS, da parte di ditte produttori di forni crematori, o di gas Zyclon B (quello che poi fuorusciva dalle “docce”, dove gli internati erano inviati, una volta spogliati di tutto quello che loro rimaneva, dagli abiti ai capelli, tosati e venduti), per ottenere l’appalto. Non si è mai visto nella storia dell’umanità qualcosa di simile: un tentativo perfettamente strutturato, secondo modalità rigide e via via più standardizzate, “perfezionate”, di cancellazione di “categorie” (etniche, religiose, politiche ecc.); e in particolare, naturalmente, di un popolo, quello ebraico.

Colpisce in questa Shoa, anche l’assenza di una vera motivazione, al di là degli slogan che valevano a convincere l’opinione pubblica: gli elementi da eliminare non erano nocivi, da alcun punto di vista, non producevano danno alla “nazione germanica”, e fra gli ebrei tedeschi non pochi erano stati fino al ’33-34, addirittura favorevoli non solo a una politica di destra, ma allo stesso hitlerismo. Nel disegno di cancellare quel popolo, come i Sinti e i Rom, v’era quella che Baumann ha definito la logica del giardiniere: il quale non odia, che so?, le margherite gialle. Decide, senza neppure sapere perché, che quei fiori vanno estirpati dal suo giardino. (Forse non gli piacciono? Non si armonizzano con gli altri colori?…). E procede: lo fa in modo il più possibile tecnologico, scientificamente organizzato, senza alcun sentimento di odio (o di pena) per quegli innocui fiori. L’eliminazione degli internati nei campi di sterminio fece ricorso alle più avanzate tecniche operative. Una volta deciso trattarsi di sottoumanità, anzi di “non umanità”, tutto diveniva lecito. E ognuno si lavava la coscienza, preventivamente. Si può provare rimorso se si schiaccia una zanzara? I campi di concentramento erano diversi dai campi di sterminio: perciò non si capisce lo sdegno davanti al paragone, forte, ma tutt’altro che immotivato, di Gaza come “campo di concentramento”: il più grande del mondo, a cielo aperto; ma il campo di concentramento rischia di essere l’anticamera di quello di sterminio. E il sospetto che per tanti israeliani la “soluzione finale” del “problema palestinese” sia la loro scomparsa. O se ne vanno, o li aiutiamo ad andarsene, anche in modo definitivo.
La tragedia, come ho già scritto, di diventare “vittime delle vittime”, per i Palestinesi (cito il grande Edward Said); o, per gli ebrei, di diventare carnefici dopo essere stati vittime.

Dunque, capisco le proteste, e le giustifico, specie davanti alla monopolizzazione della shoa, da parte degli ebrei: come già detto non possono essere dimenticate le altre “margherite gialle” che il giardiniere nazista decise di estirpare dal suo giardino. Inaccettabile è poi l’uso politico, che ormai è entrato nella fase del consumismo, dell’olocausto ebraico. Per legittimare lo Stato israeliano e giustificare ogni sua nefandezza. A cominciare da quello che Ilan Pappe (lo storico israeliano costretto a lasciare la sua università, Haifa, e a rifugiarsi all’estero, in Gran Bretagna, per avere osato rompere la “storia sacra” della fondazione statuale) chiama “il peccato originale di Israele”, ossia la “pulizia etnica della Palestina”, nel 1947-48, ripresa massicciamente, vent’anni dopo, nel 1967, a seguito della guerra dei Sei Giorni.

E infine, forse una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela quei tanti ebrei italiani che accolgono giubilando la “protezione” dei nostri governanti, e l’inquietante attitudine con cui la nostra destra (in parte adeguandosi al “nuovo filosemitismo europeo”, per dirla con un autentico intellettuale ebreo israeliano dissidente, Yitzhak Lahor), è diventata tutta zelantemente “israeliana” e sionista. Si può celebrare la liberazione di Auschtwitz (ribadisco: da parte dei “comunisti”), avendo accanto Alemanno e La Russa?

Angelo d’Orsi

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