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Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/260109-i-partiti-i-movimenti-e-limmaginario-giuridico/

Il diario dal movimento di Gaia Benzi, studentessa di lettere e filosofia all’Università La Sapienza di Roma.

Di questi tempi è facile perdersi in un bicchier d’acqua. Confondere le cose, crederle altro da ciò che sono.

Come la questione sicurezza, ad esempio: si tratta forse di una bufala montata ad arte, un campionario di isterismi, o è invece un sentire comune, una necessità concreta, una questione di vitale importanza per i cittadini di questo paese? O anche, le intercettazioni: la correlazione fra diritto-dovere d’indagine e diritto di privacy esiste, nessuno potrebbe disconoscerla; ma perché improvvisamente si è deciso che i limiti imposti dalle nostre leggi sono fallaci, squilibrati, che il sistema è eccessivamente suscettibile ad errore e va cambiato?

Potranno sembrare domande retoriche a chi su questi temi ha già formato un’opinione. Opinione – va ricordato – fatta in primo luogo di pareri, tesi, argomentazioni e, soprattutto, una visione specifica dei bisogni comuni e dei mezzi per soddisfarli. A seconda delle risposte che forniamo a queste domande se ne deduce la nostra scelta di campo, la nostra collocazione politica all’interno dell’emiciclo parlamentare.

O quasi.

Poiché effettivamente una parte del suddetto emiciclo tali risposte ce l’ha, e molto chiare. L’altra, invece, si mostra titubante, traballante, scarsamente incline alla coerenza e alla definizione dei principi. Ora, si può pensare ciò che si vuole del dialogo, della concertazione e del compromesso come mezzo politico, e si può elogiare fino alla nausea quel motto che vorrebbe la certezza prerogativa assoluta degli stolti, ma non andrebbe mai dimenticato che l’azione politica ha delle regole empiriche da cui è impossibile sottrarsi: di fronte a tanta determinazione da parte del governo, di fronte a un tale spiegamento di forze, tentennare è proprio quell’errore che il buon vecchio Machiavelli attribuiva al politico pur volenteroso, ma incapace di comprendere i tempi e di adattarsi ad essi. In questo – e forse solo in questo – il Partito Democratico è ancora erede dei partiti della Prima Repubblica, per certi versi anche del PCI: la spinta propositiva della sinistra, infatti, allora trovava sempre un freno nella necessità di raggiungere un risultato palpabile, uno scopo concreto; così si accettava la mediazione, e l’idea di compromesso poteva essere eletta a bussola dell’agire istituzionale. Ma oggi questi parametri non valgono più – inutile illudersi.

Personalmente, non credo nemmeno dipenda troppo dall’avversario: per quanto Berlusconi possa essere potente, ha una nutrita schiera di collaboratori e sostenitori che lo preservano dal fallimento, curando per lui il consenso popolare e le pratiche legislative. Quella di oggi non mi sembra essere tanto una dittatura, quanto un’oligarchia centralizzata, dai caratteri sì autoritari, ma mai totalitari, per un intricato gioco di spartizione dei poteri e lottizzazione delle cariche che dà il mal di testa solo a ipotizzarlo. Sicuramente dipende, però, dall’immaginario distorto che sudetto avversario è stato in grado di creare, nell’indifferenza tanto dei suoi sostenitori quanto dei suoi oppositori, entrambi adepti di un cinismo arrivista – i primi – e ottuso – i secondi.

Tentennare, dunque, dicevamo, come sintomo di miopia e d’incapacità. Non credo sia necessario aggiungere altro: il deprimente spettacolo a cui assistiamo in questi mesi ne è la prova provata. Il Partito Democratico sta morendo in fasce, nel ludibrio generale.

D’altra parte, però, non si può certo dire che l’opposizione, in sè e per sè, si sia estinta: al di là dell’Italia dei Valori – una strana e innovativa forma di partito “a progetto” -, sono stati gli stessi cittadini che, esasperati dai propri rappresentanti, hanno deciso di prendere la parola in prima persona attraverso manifestazioni di piazza.

I movimenti, dunque, come alternativa al buco nero rappresentato dai partiti, più o meno grandi, più o meno di massa, che non trovano il modo di comunicare con quelle stesse persone che hanno dato loro il voto. Movimenti – come l’Onda, ovviamente – che hanno dalla loro l’incredibile vantaggio di non doversi occupare di ogni cosa allo stesso tempo, di non dover – come si dice – avere per forza “un’opinione su tutto”, ma di potersi concentrare su settori specifici della società o della legislatura, e scandagliarli a fondo. D’altra parte, la mancanza di un’organizzazione stabile e delineata li rende estremamente soggetti alle tempeste umorali proprie dell’impegno politico, che oscilla naturalmente tra l’euforia e la disillusione, il cieco ottimismo e il senso di sconfitta. Fluttuazioni, queste, che se non contrastate da un’avanguardia particolarmente attiva e da una costante produzione di documenti, azioni di lotta e comunicati – insomma, da una presenza lineare sulla stampa e nei luoghi di aggregazione, virtuali e non -, rischiano di sfiancare persino le coscienze più agguerrite, e sprecarne così il potenziale.

Perché dico tutto questo.

Semplice: perché in una società ideale i picchi di partecipazione popolare e democratica dei movimenti non avrebbero bisogno di essere curati e sostenuti da avanguardie di sorta, potrebbero portare all’attenzione comune istanze estremamente determinate e settoriali senza per questo risultare riduttivi o ininfluenti; in una società ideale, un movimento come l’Onda, incentrato sul ruolo dell’istruzione e della formazione, troverebbe subito un interlocutore istituzionale disposto a raccogliere le sue istanze e portare la vox populi nelle aulee parlamentari. In una società ideale, ho detto; che decisamente non è quella in cui viviamo oggi. Ma forse basterebbe anche solo una società sana, una democrazia asintoticamente vicina all’ideale su cui si fonda, un quadro politico “normale” e normalmente interessato al dibattito interno al paese.

Purtroppo la situazione odierna è ben diversa: i movimenti non hanno trovato – o l’hanno trovato solo in parte – un interlocutore disposto a stabilizzare in un programma o in una filosofia di partito le loro richieste. Anzi: sono stati a più riprese osteggiati dal cosidetto “palazzo”, persino da quella fazione che da un tale appoggio trarrebbe immenso sostentamento. L’idiozia del “correre da soli”, dell’indipendenza a tutti i costi, quest’autarchia incomprensibile, si manifesta d’altronde anche qui.

L’opposizione appare così estremamente viva e vitale, ma estremamente frammentata – non è nulla di nuovo, lo capisco, ed anche questo dovrebbe far riflettere sull’utilità del perenne spaccare in quattro i capelli -; dato, questo, che le toglie forza e soprattutto le impedisce di riconoscersi come tale. Dicevo all’inizio che determinate prese di posizione su argomenti cruciali come libertà (d’espressione, di movimento, d’indipendenza dalla religione), uguaglianza (di mezzi, di risorse, di premi e punizioni) e solidarietà (intesa soprattutto come redistribuzione di reddito attraverso un sistema solido di welfare e servizi) non nascono dal nulla, bensì fanno capo a una linea di pensiero ben precisa, ad un orientamento determinato, a un progetto politico che ha una storia, uno sviluppo, un’origine propria. Perché è tanto difficile rendersene conto? Perché non si comprende che il disegno è lo stesso, la direzione comune?

Ogni movimento ha il vizio capitale di considerare – implicitamente o esplicitamente – il proprio ambito come il tassello cruciale, il pezzo del puzzle senza il quale nulla può funzionare, la tessera del domino che, abbattuta, farà crollare le altre. Ebbene, io credo che non sia così: nessun settore della società potrebbe riuscire nella sua opera di rinnovamento se non fosse sostenuto da altri interventi, in tutti gli altri settori, disposti a spianargli la strada e innescare il processo.

Un tale grado di maturità e lungimiranza politica non è richiesto, di base, ai partecipanti di un movimento; dovrebbe essere però patrimonio di un partito e dei suoi uomini. In fondo è quello, il loro lavoro. Consci di ciò, i cittadini impegnati, i manifestanti, i fautori del protagonismo e della partecipazione dal basso sembrano aspettare, a tempo indeterminato, un rinnovamento di mentalità politica che, a mio parere, non avverrà. Aspettano, cioè, senza mai confessarlo apertamente, che arrivi qualcuno, una versione laica di Messia – che potrebbe incarnarsi in un uomo come in una sigla -, il quale veda, comprenda e provveda. Ma non succederà.

Sarebbe bello avere anche noi un Obama, un homo novus, un giovane prestante dal curriculum eccelso che si alza in piedi, afferra la bandiera e ci guida alla vittoria, dicendo sempre la cosa giusta al momento giusto, parlando la nostra lingua, lasciandoci intendere che i nostri sogni sono anche i suoi, e che insieme li potremo realizzare. Sarebbe bellissimo. Ma non ce l’abbiamo; e non ce l’avremo. E’ inutile continuare ad aspettare il leader: non arriverà. Per come stiamo messi adesso, non è nemmeno detto che riusciremo a trovare, rovistando tra i rifiuti, una nuova classe dirigente formalmente presentabile. Dobbiamo dunque rimboccarci le maniche e fare il fattibile finché siamo in tempo – finché, cioè, ci sarà ancora qualcuno disposto a imitarci.

Bisogna perciò agire, in primo luogo, su quegli elementi che avvallano il successo dell’avversario, mangiargli quantomeno i pedoni – se proprio non si può dargli scacco matto -, tentare, cioè, di intervenire sull’immaginario giuridico che sta alla base del suo consenso. Qualunque legge, anche la più irrazionale e assurda può essere accettata di buon grado da un popolo se prima ci si è curati di prepararle il terreno, attraverso appunto pareri, tesi, argomentazioni, che conducono inevitabilmente ad una visione di società dove il quadro complessivo risulta comunque piacevole, nonostante sia edificato con mezzi osceni. Sicurezza, stabilità, ordine; un dibattito politico lineare e non soggetto a grandi sferzate o impennate di sorta, un’informazione basilare che non stressi troppo le coscienze; un grande can can per distrarre i pavidi e dare loro una scusa, un’alternativa alle alchimie del pensiero critico; una visione delle cose sempre netta e precisa, che non implichi mai il dubbio; un mondo comodo per i più, in sostanza, e per gli altri una depressione materiale e spirituale capace di azzopparli, di frustrarli, di svuotarli di senso e di forze.

La potenza di questo quadro sta nel fatto che esso è presentato come unico, un blocco indivisibile, per cui l’azione omnicomprensiva del governo – dai writers alla Costituzione – viene giustificata quando non osannata come coerente, giusta e sacrosanta. Il quadro che ad esso potrebbe opporsi, stando così le cose, dovrebbe a mio parere compiere un salto di qualità per ottenere lo stesso vigore e la stessa capacità di penetrazione.

In sostanza, i movimenti dovrebbero unirsi. Tutti. Sia quelli cosidetti civili – ma in realtà profondamente politici -, sia quelli sociali, le lotte per la casa come quelle per il reddito minimo, la difesa della libertà d’espressione come il pacifismo, il movimento per l’istruzione pubblica e quello per i diritti omosessuali, l’ambientalismo insieme a “la legge è uguale per tutti”. Di base hanno tanti punti in comune. Certo, ci sono delle discrepanze; ma perché stare sempre a sottolinearle? C’è una leggenda spartana: racconta di un ragazzo, un ladruncolo, che rubò una volpe; e pur di non confessare, colto in flagrante, di averla presa, la lasciò divorargli le viscere mentre la nascondeva sotto la giacca. Una scelta coraggiosa, sicuro; anche intelligente?

L’obiettivo non dovrebbe essere quello di creare un nuovo partito, ma di dare una prospettiva unitaria, di delineare un progetto e, soprattutto, di riconoscersi come facenti parte di un cammino comune. Creare quello spazio, fisico e mentale, necessario per immaginare una soluzione diversa, per smetterla di arrancare fra una protesta e l’altra in un compendio di solitudini e ritrovare la determinazione che nasce solo dall’unità. Nell’Onda qualcuno l’aveva anche ipotizzato: convocare gli Stati Generali della società civile – o dell’opposizione, o in qualunque modo la vogliate chiamare; ma convoncarli, al di là dei particolarismi e delle questioni di principio. Ecco, sono d’accordo.

Mi scuso con i lettori se ho esulato, per una volta, dalla cronaca e dal resconto per fornire consigli non richiesti. Mi sembrava opportuno, alla vigilia della manifestazione in sostegno del procuratore di Salerno Apicella e a quella, prevista per il trentun gennaio, contro il pacchetto sicurezza, dare un quadro complessivo della situazione ed allargare di poco lo sguardo; anche in prospettiva delle attuali mobilitazioni dell’Onda, non segnalate sui giornali ma non per questo assenti.

La mia non è una ricetta magica, certo; ma, ora come ora, mi sembra l’unica strada percorribile per chi voglia veramente cambiare le cose.

E’ un disegno utopistico? Forse. Ai posteri l’ardua sentenza.

Gaia Benzi

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