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Fonte: http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/16261

Lo show di Obama è la metafora dela crisi della rapprestanza e della scomposizione delle classi sociali, è il sintomo del fatto che la Politica e il populismo coincidono, nel senso che ormai l’unica forma di costruzione del consenso passa per la creazione artificiale di un «popolo» di cui diventare il condottiero. Fatte le dovute distanze, è ciò che ha fatto Silvio Berlusconi e che avrebbe voluto fare Veltroni. Ed è anche l’operazione che è riuscita a Obama nel 2008. Un’operazione, quella di Obama, per forza di cose contraddittoria, perché – come il nuovo inquilino della Casa bianca sa benissimo – il presidente non avrebbe mai potuto arrivare fino a questo punto senza avvalersi dell’appoggio dei movimenti urbani e di quelli dei migranti. Questa mobilitazione permanente si insinuerà dentro la debolezza strutturale della rappresentanza e otterrà risultati concreti? Come afferma Michael Hardt sul numero di Carta in edicola in questi giorni, l’America del nord dei prossimi anni potrebbe assomigliare a quella del sud quanto a vivacità dei movimenti sociali e capacità di determinare le scelte strategiche dei governi. E, visto l’impatto che hanno avuto gli elettori latinoamericani sulla vittoria di Obama, quella di Hardt non è solo una metafora.

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