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Fonte: http://www.carta.org/campagne/precariato+e+lavoro/16148

La Confindustria prevede 600 mila licenziamenti nei prossimi mesi, la Cgil tra mezzo e un milione, la Cisl 900 mila.

Tutti d’accordo: quella che arriva è la più grande recessione dal ’29. Su come fronteggiarla sembrano proporsi due varianti di sub-keynesismo. Sia il governo che le opposizioni [e i sindacati] dicono che bisogna incentivare il consumo e sostenere le imprese, in modo da «far ripartire la crescita». Ma una ri-partenza impetuosa della «crescita», specialmente industriale, è impossibile, basta vedere di cosa fossero fatti gli incrementi del Pil degli ultimi anni, in Italia o ad esempio in Spagna: finanza, servizi pubblici privatizzati e cementificazione del territorio [dall’edilizia a sua volta finanziarizzata alle autostrade ecc.].

La spiegazione di questa impasse è sia interna al meccanismo di valorizzazione del capitale che esterna. Per un verso, il tasso di «rentabilità» delle attività manifatturiere è troppo basso in confronto a quel che fin qui aveva offerto il mercato finanziario; per l’altro verso, c’è un limite fisico della natura che rende sempre più costoso produrre. In sostanza, questo sub-keynesismo, nelle due varianti [più sostegno ai redditi medio-bassi e alle imprese «produttive», dice il Pd; più soldi alle grandi opere, dice il governo], non produrrà altro effetto che gettare denaro pubblico nelle famose «infrastrutture» e, nel migliore dei casi, in «ammortizzatori sociali». Ma fino a quando? E per quale entità della crisi? Puntare a far «ripartire la crescita» significa anche sottovalutare la grandezza del problema, dirsi che si tratta di un momentaneo black out, forse un anno o due e tutto ricomincerà come prima. E’ davvero così?

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