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Fonte: http://fabiopiselli.blogspot.com/2008/12/274-riformare-la-giustizia-iniziando.html

In questi giorni è sotto gli occhi di tutti il problema Giustizia, a mio avviso proposto in modo distorto rispetto alla sua reale natura. Le lotte intestine che avvengono all’interno degli apparati giudiziari, fra correnti politiche e scuole di pensiero, ci sono sempre state e presumibilmente sempre ci saranno, positive nonostante tutto perchè stimolano la Democrazia della Giustizia per la quale il prezzo da pagare è il “blocco” delle attività che di tanto in tanto capita. Il problema reale, concreto ed effettivo consiste nella qualità delle indagini dalle quali nascono i mandati di cattura, la carcerazione, la gogna; indagini che meritano quella professionalità e quella competenza che non può essere data dalla sola esperienza o dalla partecipazione a qualche corso tecnico da parte di alcuni operatori che poi faranno da istruttori ad altri. Giustizia significa sostanzialmente rispetto dei diritti e dei doveri, non punizione, non mortificazione tantomeno alienazione di un essere umano, colpevole o innocente che sia. Gestire la Giustizia significa saper mantenere, quindi esprimere, quell’equilibrio necessario tale da consentire di discernere la percezione dei fatti dai fatti percepiti, significa saper riconoscere il vero, il falso ed il verosimile nei rapporti giudiziari redatti dalle forze di polizia, significa saper riconoscere lo strumento di prova dalla prova strumentale. Purtroppo, nel nostro strano paese, abbiamo enormi risorse di polizia ma scarsissime professionalità, abbiamo ottimi pubblici ministeri tecnicamente preparati ma scarsi di autonomia, quella reale, quella che li svincola dalla polizia giudiziara alla quale delegano le loro indagini, ed anche la responsabilità del flop laddove fasulle, i quali non sono del tutto autonomi nel gestire e coordinare la vera indagine, riportando così la PG alla sua funzione di “agenzia” d’indagine che acquisisce le prove durante il procedimento penale e non produce solo notizie di reato durante le attività d’istituto proponendo nello stesso tempo un mare d’indizi confusi come presunti elementi probatori, spesso interpretati, percepiti e non necessariamente accertati come prove e non solo come indizi. La delega alle indagini “tecniche” come quelle delle intercettazioni o quelle scientifiche rappresenta il fallimento della capacità dell’investigazione tradizionale, quella di polizia, quella umana fatta da uomini, operatori preparati e non solo supponenti. E’ necessario che le indagini siano di nuovo condotte da soggetti capaci, alle quali integrare le intercettazioni e le perizie scientifiche, ma che siano condotte con quella capacità che oggi è presente solo in rare eccezioni, inquinata da una massa di mediocri supponenti vincitori di concorso i quali sono bravi poliziotti, certamente onesti ed “operativi”, ma incapaci di indagare, elaborare, capire e soprattutto di essere autonomi dal proprio livello superiore diretto, che li coordina, che li condiziona e che spesso li indirizza al sostegno della ipotesi accusatoria e non verso l’equilibrata analisi dei dati di fatto. Non critico le forze di polizia o gli operatori, ma desidero evidenziare che la “psicologia” operativa adottata è errata, pericolosa, autoreferenziale e soprattutto distante dalla collettività, la quale chiede legalità e non solo sicurezza. Le nostre forze di polizia in generale e la PG in particolare sono vincolate ad una anacronistica percezione del proprio lavoro, considerato una missione, uno stile di vita, un mondo a parte, mentre è e rimane un lavoro, una professione che non necessariamente attribuisce un potere a chi la svolge ma solo la responsabilità nel gestire il potere di produrre prove giudiziarie, di prevenire i reati, di donare sicurezza e soprattutto di offrire la percezione di legalità alla collettività. Noi italiani siamo abituati a riconoscere la “legge” attraverso il maresciallo dei carabinieri o l’ispettore di polizia, siamo ancora vincolati alla figura territoriale e di prossimità della legge fatta persona dall’operatore che la rappresenta; i PM e i magistrati sono e restano figure “nere” delle quali diffidiamo e con le quali i contatti non sono mai diretti, salvo casi particolari, o durante il dibattimento, che si regge sulle risultanze delle indagini di PG. Per questo è necessario riformare la polizia, i carabinieri e gli altri operatori di polizia, snellendone l’operatività, attribuendo serie e concrete competenze agli operatori, tutti, iniziando con il dire loro che sono “autonomi” anche laddove il loro ufficio o il livello superiore compia delle cappellate o si “muova” in modo ambiguo, insegnare loro che nulla accadrà quando denunceranno i propri colleghi o quando rifiuteranno di prendere parte ad indagini leggerine, approssimate, basate su commenti ed interpretazioni d’ufficio e personali e non sui dati di fatto analizzati con competenza ed equilibrio. Oggi, purtroppo, se un milite o un poliziotto si azzarda a contrastare il proprio ufficio o il proprio livello superiore se gli va bene sarà trasferito, altrimenti vessato, “bollato”, oppure costretto ad incarichi umilianti ovvero a riferire al suo “raccomandante” con la solita telefonatina italiana che tutto sistema nella mediazione del lasciamo correre. Questo è il problema della nostra Giustizia, non è la struttura ma la sua linfa ad essere malata e che infetta i diritti della collettività, credendo di guarire la malattia con la repressione o con quella insorgente fascistoide forma autoritaria di polizia che è pericolosa e nociva per tutti noi. Personalmente investirei tutte le risorse possibili per snellire il numero di operatori di polizia, per professionalizzare in modo serio i restanti e per attribuire precise competenze operative senza sovrapporle o condonderle fra reparti e repartini, uffici e sezioni, stemmi, fregi ed alamari. In buona sostanza va bene arruolare il disoccupato del sud o del nord e colui che ci “crede”, va bene fargli fare i corsi e le scuole, ma occorre trasformarlo in uno strumento di Giustizia, di equità, di sicurezza, non in un soggetto oggettuale e strumentale alle esigenze di reparto bensì in un operatore della collettività, solo vestito e non investito di emblemi di questo o quel corpo dello Stato. Per farlo occorre investire in elevata formazione, tecnica e concreta, non ideologica e ipocrita, costante per tutto il suo percorso operativo e professionale, non per qualche mese di scuola o fine settimana istruttivo, occorre soprattutto dare pari dignità agli operatori di polizia, nel rispetto dei gradi e delle funzioni ma soprattutto nel rispetto di quella autonomia basica che garantisca a noi collettività l’autonomia del semplice agente o del bravo appuntato. Per fare questo è necessario professionalizzare il personale dalla base, affinchè non vi sia più distinzione fra l’ufficiale presumibilmente preparato e l’appuntato “scelbiano” ma esperto, è necessario investire denaro e risorse per formare chi ci tutela, ci difende e soprattutto ci dovrebbe garantire la legalità democratica e non la sicurezza fascistoide. E’ giunto il tempo di rendere partecipe la collettività alle indagini ed alla sicurezza e non delegarla solo al ruolo di soggetti indagati, parti offese di reato o testimoni; occorre che il cittadino sappia interagire con le forze di polizia senza più quella sudditanza richiesta o quella arroganza manifesta che spesso incontriamo nell’interfacciarci con chi veste una uniforme o riveste un ruolo pubblico; occorre superare la frustrazione presente da entrambi le parti e renderle parte unica, cioè collettività. Il nostro non è uno Stato di polizia ma un paese di polizia, nel quale, paradossalmente, la criminalità è feconda ed addiritttura d’importazione proprio per la vulnerabilità delle strutture giudiziarie. Non serve una azione autoritaria ma una autorità che agisca per risolvere il problema Giustizia, l’autorità della collettività che sappia proporre e non solo lamentarsi, che sappia agire con responsabilità sociale e non solo reagire con egoistica furbizia, all’italiana…. Fabio Piselli

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