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Fonte: http://toghe.blogspot.com/2008/12/panni-immondi.html

Panni immondi

di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

Siamo nel periodo liturgico dell’Avvento. Ma non è questo che mi spinge a invocare un passo di Isaia con cui, per l’appunto, i cattolici celebrano la liturgia della prima domenica d’Avvento.

Il fatto è che sia nel macrosistema sia nel microsistema-giustizia la situazione è tale che le parole di Isaia risuonano, anche per chi non crede, come una ineccepibile metafora laica: “Siamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”.

Sissignori, è proprio così: le istituzioni vengono oggi vissute come un “panno impuro” di cui sbarazzarsi e le loro iniquità rischiano di diventare un vento destinato a spazzarle via.

Il fatto più che grave è dirompente, perché l’autorevolezza delle istituzioni e la loro credibilità sono lo strumento indispensabile per la coesione sociale e la soluzione dei conflitti.

Come può “mediare” una istituzione su cui pende il sospetto (o la certezza) di essere una banditesca fazione in lotta?

Come può essere credibile la giustizia del giudice se esso verrà visto come collegato ad una delle parti in causa?

Come può la pena produrre effetti (anche) sul versante educativo se essa diviene mero strumento di contenimento delle classi sociali emarginate e a essa sistematicamente sfugge il delinquente in guanti bianchi?

Siamo – mi sembra – nell’epoca del rendiconto, quella cioè in cui tutti i nodi ( e che nodi!) vengono al pettine.

E sono tali e tanti i nodi che solo l’incoscienza di chi dovrebbe reggere le redini della carrozza riesce a far dormire sonni tranquilli agli ineffabili aurighi.

In verità il mixage tre situazione economica, crisi sociale e decadenza delle istituzioni fa intravedere laggiù all’orizzonte bagliori che, come ben diceva Bobbio, potrebbero venire più da un incendio che dal sole dell’avvenire.

Vengo all’ultimo (in ordine cronologico) panno immondo: i recentissimi accadimenti di Catanzaro.

Accadimenti che – si badi bene – si sommano a quanto successo in passato e che va sotto il (riduttivo) nome di “caso De Magistris”.

In verità, come oggi è evidente, non si trattava di un accadimento concernente il comportamento di un giudice, ma ben più in generale, del corretto funzionamento delle istituzioni le quali oggi sono oggettivamente in discussione, da qualunque parte si voglia accostare il problema.

C’è spazio, se non per l’azione, almeno per la speranza in questo quadro disperante?

C’è speranza di poter giocare d’anticipo quando – anche per effetto del non trasparente agire dei pubblici poteri (locali o globalizzati che siano) – lo spirito sembra destinato ineluttabilmente a rincorrere gli eventi senza alcuna capacità di prevederli, condizionarli, limitarli?

Ha senso “partecipare”, in un qualche modo, al gioco cui partecipano le istituzioni degradate a panni immondi? E, per contro, ha senso chiamarsi fuori dalla partecipazione, arroccandosi in uno sterile e presuntoso isolamento elitario?

Credo che oggi più che mai abbia senso una sanguigna frase di Goffredo Fofi: “L’unica cosa che si può fare è creare piccole minoranze di rompicoglioni con un progetto in testa”.

Si prenda il caso del CSM: autodelegittimato per le “scorie correntizie” che appannano il suo agire, viene oggi battuto in breccia da chi vuole definitivamente rimuovere l’indipendenza dell’ordine giudiziario asservendolo al potere politico.

Con chi schierarsi?

Con i difensori del CSM (costretti a proclamare – senza se e senza ma – che tutto va bene madama la marchesa)?

Con gli “attaccanti” in nome delle malefatte del CSM?

Chi si schiera con i difensori si definisce paladino doc dell’assetto costituzionale della giurisdizione.

Chi si schiera con gli “attaccanti” si definisce portatore di rinnovamento (benefico, s’intende) dello Stato.

Direi che non ci si può schierare con nessuno dei contendenti, essendo conclamato, per un verso, che il CSM troppo spesso finisce con l’essere indifendibile e, per altro verso, che gli “attaccanti” non solo hanno contribuito in modo decisivo alla “correntizzazione” dell’istituzione (la quale, sul versante politico, assume le vesti della “partiticizzazione”), ma (vedi caso RAI e quanti altri) è certo che non hanno le carte in regola per assicurare, nel futuro, l’assenza di pastrocchi lottizzatori e soluzioni partiticamente interessate.

Come si definirà chi non parteggia né con gli uni né con gli altri? Niente di più e niente di meno che un rompicoglioni.

Ma – si dirà – questo “chiamarsi fuori” dalla mischia è, tra tutte le utopie possibili, la più utopica delle posizioni. Sarò franco: questa storia delle utopie è tra tutte le interessate favole del potere, sicuramente la più utile e funzionale, ma anche la più stucchevole.

Scriveva Albert Camus nel lontano 1946: “(…) quel ragionamento ha un altro elemento di forza (…): pone il problema dell’utopia. Per dirla in breve, le persone come me vorrebbero un mondo non dove non si ammazzasse più (non siamo così sciocchi!), ma dove l’omicidio non fosse legittimato”.

Mi sento di sposare siffatta posizione: non voglio un mondo senza faziosità (al mondo ci saranno sempre faziosità): mi contento di un mondo in cui le faziosità non vengono legittimate, sotto quale bandiera (dei difensori o degli attaccanti) poco importa.

E il fatto di rompere le scatole non è posizione utopica, come va cianciando chi vuole costringere tutti ad arruolarsi (meglio infatti un nemico – il quale, pur nemico, rimane omogeneo – di un rimpicoglioni), ma fortemente politica e realissima: realizza infatti ciò che auspica: la non-legittimazione della faziosità.

Può sembrare poco, ma, salvo soffrire di deliri di onnipotenza, occorre ammettere che, quando si fa tutto ciò che è in nostro potere, si è fatto tantissimo.

Il comportamento scorretto/interessato/fazioso/illegale/criminale (scegliete voi quale termine si attagli alle varie vicende in discussione) ha reciso il legame tra forma e sostanza, tra autorità e autorevolezza.

Oggi più nessuno – dal presidente dell’ultima ASL al capo dello Stato – può pretendere autorevolezza sulla base della sua posizione formale: ormai infatti neppure il più ingenuo dei pargoli dà per scontato che alla correttezza formale corrisponda necessariamente una correttezza sostanziale.

E’ del tutto evidente che un’autorità senza autorevolezza si tramuti in mera forza e che nessuno Stato possa sopravvivere, in quanto Stato, se è governato dalla legge della forza.

Se dunque autorità e autorevolezza non torneranno a essere due facce della stessa medaglia, c’è rischio che, nel lungo periodo, neppure più l’autorità formale sarà titolo sufficiente per dirimere le controversie e decidere in nome della collettività.

Potrà così capitare (è già capitato nei secoli) che al Papa si opponga l’Antipapa, all’Imperatore l’Usurpatore, ai fedeli dell’uno i fedeli dell’altro (ci pensino i fini strateghi che vanno bollando di utopista chiunque veda al di là del proprio naso).

Per ora, più modestamente, sta solo capitando che a un Procuratore della Repubblica si opponga un altro Procuratore della Repubblica.

Scordatevi che la faccenda si possa dirimere sulla base di criteri formali: occorre, per venirne a capo, riprendere la “sostanza” calpestata in occasione del “caso De Magistris”: se così non sarà ne vedremo delle belle (si fa per dire).

Parola di utopista convinto.

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