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Fonte: http://www.carta.org/campagne/partecipazione/forum+sociali/porto+alegre+2002/15982

Nasce ufficialmente in una stanzetta al settimo piano dell’edificio principale dell’Università cattolica del Rio Grande do Sul, a Porto Alegre, la campagna italiana per chiedere che l’Eni-Agip esca dal progetto del nuovo oleodotto ecuadoriano (Ocp). Nasce nel seminario che il comitato internazionale di appoggio agli U’wa e il Cric hanno organizzato invitando Blanca Chancoso, responsabile delle relazioni esterne della Confederazione delle nazioni indigene dell’Ecuador (Conaie), José Pereira, sciamano degli Huinckas colombiani, e Lucia Gallardo, di Acción ecológica, un’associazione ambientalista ecuadoriana che da anni lotta contro le compagnie petrolifere multinazionali.

Blanca e José arrivano dalla conferenza della mattina sui diritti dei popoli indigeni. Un elenco lunghissimo di violazioni e di battaglie, dalla Colombia fino ai mapuche del Cile, ma anche esempi di organizzazione politica capaci di contaminare anche la società bianca: tanto per fare un esempio, la Conaie in Ecuador è la più importante organizzazione di base nel paese. Le proteste e le denunce della mattina, contro i governi messicano, colombiano, cileno, sono le stesse del pomeriggio, nella saletta 711, solo che l’obiettivo è inconsueto, almeno per la maggior parte dei partecipanti.

“Siamo abituati a pensare sempre alle multinazionali degli altri – dice Giuseppe di Marzo, del comitato di appoggio agli U’wa – ma gli italiani non sono brava gente e le multinazionali italiane si comportano anche peggio di molte altre”.

Non è un discorso teorico. Lucia Gallardo srotola una mappa dettagliata del percorso del nuovo oleodotto per il greggio pesante. “Si chiama Ocp, Oleducto de crudos pesados, lo costruisce un consorzio di sette imprese petrolifere, tra cui l’Eni-Agip, che opera in Ecuador da molti anni. Inoltre una banca italiana, la Banca nazionale del lavoro, fa da mediatrice nel finanziamento del progetto”.

Una dopo l’altra, mostrandole sulla carta, dalla prima stazione di pompaggio a Lago Agrio, nella foresta amazzonica, Lucia illustra tutte le faglie tettoniche (cinquantaquattro in tutto) che l’oleodotto dovrà attraversare; nomina tutti i vulcani attivi (sei) che dovrà costeggiare e i parchi naturali (cinque) che dovrà violare per portare alcune centinaia di migliaia di barili di greggio al giorno al porto di Esmeraldas, sulla costa del Pacifico. Ed elenca le proteste che, da Lago Agrio a Esmeraldas, cercano di bloccare la costruzione del mostro.

“Ci hanno già privato delle risorse della nostra terra per cinquecento anni – conclude Blanca Chancoso – e adesso con il nuovo oleodotto lo sfruttamento petrolifero dell’Amazzonia crescerà, con un impatto devastante per la terra, l’acqua, la vita”. “L’Ocp è il caso più evidente di come l’Eni-Agip violi i diritti delle comunità locali che vivono nei territori ricchi di petrolio – spiega Isa Giunta del Cric – Per questo chiediamo che l’Eni esca dal consorzio Ocp, come ha fatto un’altra impresa statunitense, e annunciamo la nascita di un osservatorio sull’attività di questa multinazionale, non solo in Ecuador, ma anche in Nigeria e in Basilicata”.

Dell’osservatorio fanno parte, oltre alle organizzazioni che hanno organizzato il seminario di ieri, anche il settimanale Carta, gli Amici della Terra, la Campagna per la riforma della Banca mondiale, Legambiente, il Centro nuovo modello di sviluppo e Sos Lucania, che sta preparando una manifestazione per fine febbraio in Val d’Agri, Basilicata, dove sono attivi ormai da anni i più grandi pozzi petroliferi d’Italia, di proprietà proprio dell’Eni. Niente male per una stanzetta al settimo piano.

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