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Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/141208-lo-sciopero-e-la-pioggia/

Il diario dal movimento di Gaia Benzi, studentessa di lettere e filosofia all’Università La Sapienza di Roma.

Piove… E anche se mi sembra inelegante sfruttare un proverbio così comune per l’incipit del mio discorso filo-scioperante, non posso proprio fare a meno di concludere questa frase, quei puntini di sospensione come erano soliti fare, secoli fa, i contadini nelle campagne. Di certo non dopo ieri, non dopo cinque ore di marcia sotto il diluvio.

Piove, dunque: governo ladro.

Ma, al di là della faciloneria della battuta, credo che in questo momento abbia un senso in più sfruttarla e bearsene divertiti – fosse solo per consolarsi, almeno un po’, dell’acqua presa e del perché ci si è inzuppati come biscotti.

Si potrebbe pensare che l’espressione derivi dalla generale tendenza del popolo a dare la colpa di qualunque cosa ai governanti, persino quando si tratta di fenomeni naturali (quasi) imprevedibili e comunque inevitabili. Un’interpretazione che ha certo un fondo di verità, e che generalmente piace molto – per l’appunto – a chi governa. Piove, c’è la crisi, stiamo male: con chi prendersela, allora? Governo ladro.

Un semplice sfogo estemporaneo, un’accusa viscerale senza alcun appiglio alla realtà, ai dati statistici, alla situazione socio-economica globale. Un individuare meschino e gretto, quasi animale, il capro espiatorio da spingere verso il precipizio della rupe sacrificale, per dare uno sbocco alla rabbia e ritornare quindi alla normalità.

E’ certo questa la lettura che la maggioranza parlamentare, e i suoi avamposti editoriali, hanno preferito dare allo sciopero generale di ieri, dodici dicembre. Uno sciopero davvero riuscito, malgrado – si diceva – il maltempo che imperversa da nord a sud lungo tutta la penisola; uno sciopero che ha visto condividere la piazza ad una fetta incredibilmente variegata di società.

Perché è vero, innegabile: è stata la giornata dei lavoratori; ma non solo di quelli sindacalizzati e iscritti alla CIGL, piuttosto che ai COBAS, o alla FIOM. E’ stato anche un piccolo, timido sciopero dei lavoratori migranti, i soggetti in assoluto più sfruttati e con meno garanzie di chiunque altro, che hanno manifestato accanto agli studenti per rivendicare il loro diritto ad esserci, essere considerati; è stata la reiterazione di uno sciopero già visto – ma mai abbastanza – come quello dei precari della ricerca, dei dipendenti scolastici, delle maestre e del personale tecnico-amministrativo; ed è stato, infine, lo sciopero “preventivo” – per quanto mi venga da storcere il naso ad usare un termine così carico di precedenti negativi, ma che non potrebbe adattarsi meglio al contesto – degli studenti e delle studentesse dell’Onda, che vedono nell’erosione dei diritti dei lavoratori di oggi la possibilità di un loro smantellamento totale un domani, molto prossimo, quando i laureandi saranno costretti a trasformarsi in impiegati, dipendenti, precari a tempo pieno.

E’ proprio questo che s’intende con l’espressione “sciopero generalizzato”. Un momento di protesta che abbia – ha avuto – la capacità di coinvolgere e convogliare settori immaginati come distanti, non comunicanti fra loro. Le strade da imboccare, d’altronde, non erano poi tante: o, toccati dalla mannaia della crisi economica, i lavoratori si sarebbero spaccati in due cordoni – da un lato i precari, dall’alto gli stabili, quelli a tempo determinato contro gli indeterminati e già assunti, contratti nazionali contro i cani sciolti che, al di là delle categorie, legittimamente preservano il proprio interesse; oppure, rifiutando una guerra tra poveri, riconoscendosi come militanti di una stessa battaglia, si sarebbero uniti, puntando fisso il dito contro chi pensa di poter saziare le famiglie trascurando coloro che a quelle famiglie portano il pane.

Non si può dire che il secondo scenario si sia realizzato in pieno – le assenze della CISL e della UIL pesano, pesano eccome -, né che la prospettiva iniziale sia completamente scongiurata. Ma – e qui, avverto, sono di parte -, grazie anche alle pressioni dell’Onda, alla sua tenacia nel costruire lo sciopero insieme ai sindacati – aderendo in maniera attiva e non puramente simbolica -, grazie alla sua capacità di essere elemento catalizzatore di esperienze profondamente differenti, un primo passo verso una coesione maggiore è stato compiuto, ed è stato compiuto con successo. Al di là dei proclami di autonomia e indipendenza, al di là delle questioni sollevate sulla rappresentanza, l’irrappresentabilità, l’estraneità al circuito istituzionale del movimento studentesco, quello che ieri si è visto – e si è dato – è stata la condivisione, non solo fisica, dello stesso scenario di opposizione sociale.

Mentre distribuivo i volantini della Sapienza in mobilitazione tra gli scioperanti, ho notato proprio questo negli sguardi che incrociavo: un rispetto reciproco, una fiducia concessa, una legittimità che ci veniva data – e che davamo – a chi marciava insieme a noi in una direzione che, ora come ora, può dirsi comune.

Non è detto che duri. Chissà che questa colla che ci unisce non sia a presa rapida, ma di scarsa durata, una specie di sottomarca dall’aspetto invitante, ma scadente nella pratica; potrebbe anche darsi. Starà ovviamente a noi tutti decidere quanto valga la pena credere in un disegno collettivo, e quanto l’unione di soggetti con necessità e bisogni spesso divergenti possa rivelarsi utile, a lungo andare.

Eppure, lasciateci godere – anche solo un momento – per questa parziale vittoria. Sarà bello ricordare una giornata come ieri, dove c’era la gioia, sì, c’era il colore, la musica e le danze, ma c’era soprattutto la fatica, il senso di responsabilità, la bellezza di una manifestazione senza retorica, ma con tanta voglia di non mollare, di stare insieme per non sentirsi soli, per sentirsi più forti, per esserlo, per sperare di diventarlo – un giorno.

Interpretare, del resto, è un’arte, e anche le cose all’apparenza più scontate, più sentite, possono rivelarsi interessanti e avvincenti se osservate da un altro punto di vista.

C’è chi dice che, sotto il Papato, la pioggia – dono del buon Dio – meritasse un supplemento extra da parte dei contadini, da versare allo Stato in quanto rappresentante in terra del Supremo; c’è chi afferma che, alla pesatura del mangime per le bestie, la pioggia gravasse sull’ago della bilancia, costringendo i fattori a sborsare più del dovuto; c’è chi sostiene che, sotto gli Austriaci, la pioggia – causa diretta, secondo gli occupanti, di un raccolto più abbondante – fosse la responsabile dell’aumento delle tasse.

C’è chi, insomma, vede nella pioggia solo uno dei tanti pretesti che i potenti usano per distorcere i diritti e i doveri dei comandati; una lunga lista che comprende le situazioni emergenziali, i problemi di ordine pubblico, l’esigenza di efficientismo e, ovviamente, le crisi economiche di ogni ordine e grado.

Direi che in fondo un valido motivo ce l’ha, quando – alzando gli occhi al cielo e vedendo solo nero – il popolo urla: “Governo ladro!”.

Gaia Benzi

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