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Fonte: http://storiadiierioggidomani.blogspot.com/2008/05/leuropa-tra-politiche-di-integrazione.htm

L’integrazione rappresenta oggi una sfida per l’intera Europa e per tutte le forze politiche sia conservatrici che progressiste, proprio perché il concetto se travisato o interpretato in maniera scorretta, può generare diffidenza sia per i cittadini di un determinato paese che per gli immigrati e pertanto si spera in un dialogo ed in una condivisione di idee che non possono essere come spesso accade soprattutto in Italia, di cancellare quello che è stato fatto dal governo precedente. Oggi, la Germania è il più grande paese di immigrazione in Europa con circa 7 milioni di immigrati, a seguire la Francia, e l’Italia che si appresta a rilevarne il posto in graduatoria, avendo flussi di crescita molto superiori.

Nel corso degli anni 50 e 60 si aveva a che fare con immigrati, ma era pur vero che questo bisogno nasceva per motivi di lavoro, e quindi non interessava tanto l’integrazione, anzi ci si preoccupava come utilizzarli e spesso venivano chiusi nei loro ghetti sociali e culturali. Solo dopo gli anni 70 questo afflusso di persone venne percepito come problema. Oggi in molti paesi europei c’è tanta confusione su come si sta affrontando la questione. Il problema numero uno per molti è rappresentato dall’Islam anche se questo ha poco a che fare con i veri problemi sociali, con la violenza o il terrorismo. Occorre fare delle distinzioni per evitare di fare delle generalizzazioni. Siamo di fronte a quello che qualche studioso chiama “islamizzazione dei problemi”.

In realtà ci sono problemi sociali ed economici che non hanno nulla a che fare con la religione. Ma esistono anche molti politici che non trovando delle risposte ai veri problemi sociali confondono la questione dei mali quotidiani con il fatto che queste persone sono musulmani o arabi. Un esempio che avvalora questa tesi è rappresentato dagli episodi che si sono verificati nel 2005 nelle banlieues francesi. Quei disordini non nascevano da questioni di religione o altro, ma erano frutto di proteste di persone che rivendicavano dei diritti. Per fortuna i politici francesi non hanno scaricato il problema addossando la colpa ai cittadini musulmani come invece hanno fatto molti giornali ed intellettuali che hanno sostenuto il contrario.

Il problema a cui mi riferivo prima e cioè all’islamizzazione dei problemi non viene solo da politici, ma anche da tanti cittadini musulmani che nel dichiarare di essere vittime del sistema fanno la medesima cosa.

Quello su cui si dovrebbe riflettere è in che misura si possono riconsiderare le politiche per fare in modo che anche i cittadini stranieri siano parte di questo processo. Credo che gli immigrati che sono in Europa da più tempo è che ormai per loro l’Occidente è diventata la loro terra, possono aiutare i nuovi migranti che comunque ci saranno, ad essere più integrati ed a comprendere meglio gli usi e le culture europee.

L’esperienza tedesca o quella francese pur con molti aspetti migliorabili possono essere preziose per l’Italia e per l’intera Europa, proprio perché hanno rappresentato nel corso degli ultimi anni, un’immigrazione che unisce, agevola l’integrazione fra i popoli.

Nel concludere vorrei citare una frase di Michael Steiner, ambasciatore di Germania in Italia, “Troppo a lungo noi tedeschi non abbiamo voluto considerarci un paese d’immigrazione: volevamo manodopera, ma spesso abbiamo trascurato il fatto che venivano persone, cioè uomini e donne che desideravano rimanere da noi e condurre una vita dignitosa. Capire questo è stato un processo molto doloroso e caratterizzato da vari conflitti a livello di politica interna”. La svolta, secondo l’ambasciatore è avvenuta lo scorso luglio con l’approvazione del Piano d’integrazione nazionale redatto dal Cancelliere Angela Merkel.

Auspico che il nuovo governo italiano nell’affrontare il delicato tema dell’immigrazione faccia un distinguo sulle misure forti da adottare nei confronti di chi delinque da una seria politica di integrazione di pari passo con gli altri paesi europei perché non è chiudendo le frontiere che si risolvono i problemi e non si vince una battaglia contro l’insicurezza sociale attraverso un approccio basato esclusivamente sulla sicurezza.

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