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Fonte: http://rampini.blogautore.repubblica.it/2008/12/08/le-banche-cinesi-assumono-a-wall-street/

In mezzo a tante notizie drammatiche c’è un raggio di sole a Wall Street: chi è appena stato licenziato dalle banche d’affari americane ha una chance di ritrovare lavoro. Purché accetti di trasferirsi a Shanghai. Una folta delegazione di banchieri cinesi arriva questa settimana nelle principali piazze finanziarie occidentali, per reclutare giovani talenti da promuovere ai vertici del sistema creditizio nella Repubblica Popolare. E’ una vera e propria “job fair”, una fiera delle assunzioni, con tappe e date pubblicizzate sul Wall Street Journal. Si inizia domani a Chicago, non perché sia il quartier generale di Obama ma in quanto sede della più grande Borsa specializzata in futures e derivati sulle materie prime: lì 27 banche cinesi hanno affittato il Double Tree Hotel, dove dalle due alle sei del pomeriggio esamineranno i candidati. Il 13 dicembre la delegazione cinese si trasferisce a New York dove ha prenotato l’hotel Sheraton vicino all’aeroporto La Guardia, i colloqui d’assunzione si terranno dalle dieci del mattino alle tre del pomeriggio. Nel frattempo una iniziativa analoga ci sarà all’hotel Marriott West India di Londra. Fra i promotori figurano tutti i colossi della finanza cinese, dalla Industrial and Commercial Bank of China (la più grossa per capitalizzazione di Borsa) alla holding d’investimenti Citic.

La task force cinese punta a reclutare talenti da piazzare in posizioni di responsabilità nei mestieri più sofisticati della finanza: asset management, analisi macroeconomica, ricerca e sviluppo, gestione del rischio, ingegneria finanziaria, sviluppo di prodotti assicurativi, informatica bancaria. L’obiettivo iniziale della tournée è quello di portare a casa 170 giovani manager: certo è una goccia nell’oceano rispetto alle migliaia di licenziamenti annunciati a Wall Street, ma comunque è una chance insperata in questi chiari di luna. E poi la tournée delle tre metropoli finanziarie occidentali sembra solo un assaggio iniziale, il primo test in vista di campagne acquisti più audaci. Naturalmente saranno favoriti i giovani banchieri che parlano mandarino (un vantaggio per i Chinese-Americans, gli americani di origine etnica cinese). Va da sé che l’assunzione è aperta solo a chi accetta una mobilità “lunga”: la sede di lavoro più probabile è Shanghai, seguita da Pechino e Hong Kong. D’altra parte questa richiesta di mobilità geografica intercontinentale si sta diffondendo in altri rami d’attività di Wall Street, sotto il peso della recessione e dei maxi-licenziamenti. Perfino quella che gli americani consideravano la professione più sicura del mondo – l’avvocato – vacilla per i colpi della crisi. Grandi studi legali di New York, abituati a lavorare soprattutto per i gruppi finanziari, devono tagliare l’organico e sempre più spesso i giovani giuristi si vedono offrire questa alternativa: un trasferimento nella filiale di Pechino o Dubai (le uniche dove il lavoro ancora si espande), o la disoccupazione.

Può sorprendere tuttavia che le banche cinesi vadano a reclutare nuovi dirigenti a New York e Londra, proprio quando la credibilità del modello di capitalismo finanziario angloamericano vacilla paurosamente. L’ultimo vertice bilaterale sino-americano, che si è tenuto la scorsa settimana a Pechino, ha dato la misura del nuovo clima che si respira. Di solito era il governo americano a presentarsi a quegli appuntamenti con una lunga lista di rimproveri e di richieste (dalla lotta alla contraffazione alla necessità di rivalutare il renminbi). Stavolta invece il segretario al Tesoro Henry Paulson ha dovuto subìre le rampogne del vicepremier cinese che lo ha invitato a “mettere ordine nell’economia americana al più presto”, nonché a “proteggere gli investimenti cinesi in America” (che sono molti). I leader di Pechino hanno perso soggezione nei confronti di un paese che per trent’anni avevano considerato come il modello da emulare. Ne è la prova un’altra dura presa di posizione, del fondo sovrano che gestisce le immense riserve valutarie accumulate da Pechino. Il suo chief executive Lou Jiwei ha dichiarato: “In questa fase non ci fidiamo a investire in istituzioni finanziarie occidentali, perché non sappiamo quali problemi possano avere”. Brucia ancora il ricordo delle acquisizioni fatte l’anno scorso nel capitale di Morgan Stanley, Barclays, Blackstone, il cui valore è stato falcidiato dal crollo delle Borse. Ma lo scetticismo verso il modello americano non impedisce ai cinesi di valutare l’opportunità per le loro banche: in una fase in cui Wall Street è costretta a decimare l’occupazione, si possono comprare ottime professionalità a prezzi di saldo. Non accade spesso che la fuga dei cervelli avvenga dall’America verso la Cina.

Del resto i leader comunisti sanno apprezzare l’esperienza di chi si è formato in Occidente. A presiedere la China Investment Corporation (il fondo sovrano) il governo di Pechino ha nominato Gao Xiqing. Gao è figlio di un generale dell’Esercito Popolare di Liberazione che combattè insieme a Mao Zedong, ma lui si è laureato in America alla Duke University e ha iniziato la sua carriera presso lo studio legale di Wall Street che fu del presidente Richard Nixon.

La finanza non è l’unico settore disastrato dell’economia americana ad attirare gli appetiti cinesi. Il più grosso agente immobiliare di Pechino, la società SouFun, tra pochi giorni porterà 300 clienti facoltosi in tournée a San Francisco, Los Angeles e Las Vegas. Obiettivo: profittare del crollo dei prezzi delle case per fare incetta di appartamenti nelle due metropoli della West Coast. E naturalmente anche nella capitale mondiale del gioco d’azzardo.

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