Stampa / Print
Fonte: http://rampini.blogautore.repubblica.it/2008/12/05/la-crisi-in-cina-e-il-capitalismo-a-carbone/

Sembra lontano il tempo in cui la Cina era sul banco degli imputati, accusata di essere la vera causa strutturale dell’aumento dei prezzi energetici mondiali. Eppure questo accadeva solo sei mesi fa. Per tutto il primo semestre del 2008 i dati sembravano dare ragione a chi indicava nella domanda cinese il motore di fondo dell’inflazione petrolifera. Da gennaio a fine giugno del 2008 i consumi di prodotti petroliferi raffinati nella Repubblica Popolare – benzina, gasolio e kerosene – sono saliti del 14,6%, raggiungendo così il livello di 106 milioni di tonnellate. L’impatto sui mercati mondiali era innegabile, vista la crescente dipendenza della Cina dagli approvvigionamenti esterni. Nel 2007 per la prima volta nella sua storia la più grande nazione del pianeta ha dovuto acquistare all’estero il 50% del greggio che utilizza. Nel corso dell’intero 2008 le importazioni (200 milioni di tonnellate) supereranno l’estrazione interna (190 milioni): un sorpasso significativo per il gigante asiatico che fino al 1993 era stato completamente autosufficiente, ed oggi è già il terzo importatore mondiale dopo Stati Uniti e Giappone. Il trend di lungo periodo resterà segnato dall’impatto crescente dei consumi cinesi, destinati a raggiungere il 17% del totale mondiale entro il 2050 (la proiezione è contenuta nello studio di Wiley-Blackwell “China’s Quest for Energy Resources on Global Markets”, Pacific Focus, novembre 2008, Inha University, Corea del Sud). Tuttavia la crisi finanziaria nata negli Stati Uniti ha cambiato repentinamente il quadro di breve periodo, anche per la Cina. Sotto il peso di una recessione che per la prima volta da trent’anni ha colpito simultaneamente le tre principali aree di sbocco delle esportazioni cinesi (Usa, Europa e Giappone), la crescita economica della Repubblica Popolare ha iniziato a rallentare vistosamente. I consumi energetici hanno seguito la stessa curva. Il numero uno della compagnia petrolifera di Stato Petrochina, Jiang Jiemin, osserva che “tutto è cambiato nell’arco di un mese”. Gli automobilisti di Pechino, Shanghai e Canton a ottobre hanno ridotto del 13% gli acquisti di benzina. Ancora più pesante è il ribasso nei consumi di gasolio per diesel – meno 46% – un segnale che i Tir cinesi hanno meno lavoro del solito. China Petrochemical Corp., più nota come Sinopec, ha misurato un calo del 3,2% delle vendite complessive di prodotti petroliferi nel terzo trimestre del 2008. Numero uno asiatico per la raffinazione, con oltre il 50% di quota di mercato nel proprio paese, Sinopec ha dovuto ridurre del 10% la sua produzione nel mese di novembre. Una identica decelerazione ha colpito i consumi di energia elettrica: a ottobre sono scesi del 3,7% rispetto allo stesso mese del 2007, il primo calo da un decennio. A ridurre i consumi elettrici non sono state le utenze domestiche ma quelle industriali, colpite dalla crisi dell’export e costrette a ridurre la produzione manifatturiera. Anche i consumi di carbone subiscono il contraccolpo. Pu Hongjiu, vicepresidente della China National Coal Association, fa risalire il primo calo all’estate. Tra luglio e agosto l’utilizzo di carbone è sceso del 6%, quasi quattro milioni di tonnellate in meno in un solo mese. La riduzione si è accentuata a settembre, con 7,6 milioni di tonnellate in meno ovvero un calo dei consumi del 12%. La provincia dello Shanxi, che ha la più grossa concentrazione di miniere di carbone, ha annunciato tagli di produzione del 10%. Il principale ente minerario, Shanxi Coking Coal Group, ha abbattuto i prezzi del carbone fino al 36% a partire dall’inizio di novembre. Anche in questo caso la ragione va cercata nella crisi delle maggiori industrie di base, grosse utilizzatrici di carbone: la produzione di acciaio cinese a settembre è scesa per la prima volta in dieci anni, del 10%, per poi accelerare la caduta con un 30% in meno a ottobre. A loro volta questi settori scontano la contrazione dei consumi finali. Per la prima volta nell’autunno 2008 le vendite di automobili in Cina sono scese: un capovolgimento brutale che non si vedeva dalla crisi asiatica del 1997. Dopo anni d’oro in cui i ritmi di crescita delle immatricolazioni erano stati sopra il 20%, la Toyota ha annunciato che a fine 2008 le sue vendite di vetture in Cina saranno inferiori al previsto di centomila unità. Un’altra vittima del duplice choc provocato dalla recessione globale e dalla caduta del prezzo del petrolio, è il settore dell’energia solare. Tutti i principali produttori di pannelli solari made in China – JA Solar, Ldk Solar, Trina Solar, Suntech Power – hanno visto precipitare le loro quotazioni di Borsa. I fabbricanti cinesi di installazioni fotovoltaiche sono particolarmente vulnerabili perché esportano la maggior parte della loro produzione, soprattutto in Europa. Al confronto sembra più promettente l’eolico. Per l’energia ricavata dal vento l’obiettivo è quello di arrivare a una produzione di 100 gigawatt entro il 2020. “La Cina è in buona posizione – dice Keith Hays della Emerging Energy Research – per diventare il più grande mercato mondiale dell’energia eolica entro il 2011. Nel prossimo biennio avrà investito 20 miliardi di dollari in questo settore e disporrà del 17% della capacità mondiale”. Il 10 novembre il governo ha annunciato una manovra di spesa pubblica della dimensione di 586 miliardi di dollari. Quali effetti avrà sui consumi energetici la manovra di sostegno della crescita? Una parte consistente di quella spesa pubblica aggiuntiva è destinata alle infrastrutture: tra queste figurano in primo piano la rete nazionale di distribuzione dell’energia elettrica e alcuni grandi gasdotti. Per ridurre l’inquinamento il governo vuole innalzare la quota del gas naturale, ancora molto bassa sul totale dei consumi energetici, portandola dall’attuale 3% fino al 5,3% nel 2010. Anche la costruzione di centrali nucleari potrebbe essere accelerata grazie al piano di rilancio dell’economia. Nei propositi del premier Wen Jiabao la manovra di sostegno della crescita dovrebbe favorire uno “sviluppo compatibile” e quindi beneficiare il comparto delle energie rinnovabili. E’ ragionevole essere scettici su questa promessa. In realtà uno degli effetti perversi della crisi mondiale – in Cina come in altre zone del mondo – è la tendenza dei governi e delle imprese ad allentare i vincoli ambientali, invocando l’impossibilità di sopportare costi aggiuntivi in una fase di acuta emergenza economica. La Cina continua a dipendere per oltre i due terzi della sua produzione energetica dal carbone: è la materia prima più inquinante ma è anche la meno costosa e la più abbondante sul territorio della Repubblica Popolare. Nulla indica che questo modello di “capitalismo a carbone” sia destinato a tramontare in tempi rapidi. Una conseguenza della recessione internazionale, al contrario, è stata quella di accelerare la costruzione di nuove miniere di carbone: 1.563 sono pronte a entrare in attività entro il prossimo biennio, aumentando così la capacità di produzione di carbone da 2,5 a 3,3 miliardi di tonnellate all’anno.

About the author

Related Post

Archivi

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale sugli argomenti trattati. Pertanto, non può considerarsi prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della Legge n. 62 del 7.03.2001 e leggi successive.