Stampa / Print
Fonte: http://fabiopiselli.blogspot.com/2008/12/284-il-soldato-ed-il-civile.html

Quando mi sono arruolato non avevo ancora compiuto i miei diciassette anni di età, ero nel pieno periodo della formazione, della crescita, dell’adolescenza. Quel periodo ha inevitabilmente “marchiato” la mia evoluzione, dentro e fuori, condizionando la mia mentalità, il mio atteggiamento verso la vita ed anche la mia postura, il mio fisico, il mio modo di guardare e di osservare. E’ facile da civile diventare un soldato, è molto più difficile da militare tornare ad essere un civile. Questo non tanto per il presunto “lavaggio del cervello” o per il reale ed effettivo condizionamento psicologico che un ragazzino in uniforme subisce per ventiquattro ore al giorno dentro una caserma, quanto per la proprietà militare che uniforma l’attitudine civile di affrontare gli eventi, la vita, le scelte. In buona sostanza cambi e basta, non sovrapponi o plasmi un comportamento, ma cambi progressivamente, diventi un militare rispetto che fare di mestiere il militare. Dopo il congedo e gli anni di servizio non è cambiato molto nella mia vita immediatamente successiva, sia per il tipo di lavoro sia per il mio atteggiamento psicologico verso l’esterno da me. Ho bruciato alcune tappe ma nello stesso tempo ho acquisito delle proprietà che mi sono state molto utili per affrontare questi ventitre anni e per concretizzare quelle poche cose buone di cui mi pregio, cercando di spurgare quelle meno edificanti dai miei comportamenti. La frustrazione ha avuto un ruolo importante in quel periodo, specialmente dopo il primo congedo, nato da un errore medico, che ho vissuto come il furto della mia professione, rincorrendola per gli anni successivi. Ho imparato così ad essere tollerante alla frustrazione in generale, all’attesa, al sacrificio, alla resistenza e soprattutto ad accettare gli eventi, per come erano e sono, senza rincorrere il miraggio dei fatti per come li desideravo o li vorrei. Il legame con il reparto è un cordone ombelicale lunghissimo, perchè l’identificazione è forte, come forte è il cordone stesso che colma e compensa tutte le debolezze altrimenti difficili da affrontare in una “normale” vita civile. Il prezzo da pagare è il raggiungimento dello spessore della “forza” con il superamento di prove e di momenti assolutamente difficili e rischiosi, dal semplice addestramento, speciale o meno, alle missioni operative. La consapevolezza delle proprie capacità che si assume con il vivere talune dinamiche in determinate situazioni di rischio è il collante ed allo stesso tempo il taglio netto fra la vita “normale” ed il “mito”. Si entra in una sorta di “razza a parte” nella quale il riconoscimento è palese fra coloro che hanno condiviso o vissuto esperienze di guerra, di scontri, di morte, di sopravvivenza, almeno per quelli capaci di usare il cervello. La “poesia” in questo caso si sviluppa fino a configurare un territorio riservato ai soli in grado di superare delle prove di elevate difficoltà, fisiche e mentali, interne ed esterne. Fare il militare è facile, essere un soldato richiede l’obbligo di annullare una parte di se per compensarla con un presunto essere che in fondo gratifica e soddisfa nel senso-dovere dell’obbedienza e di far parte di un gruppo, specialmente se speciale. Per riuscire a trovare un equilibrio reale e non apatico fra la vita in uniforme e la vita extra forza armata occorre una necessaria maturità che non è possibile avere a diciassette, diciotto, diciannove anni, con il rischio di immedesimare la realtà sociale nella realtà in cui ci siamo identificati. Il tempo, le reti sociali, le amicizie, l’amore intelligente, consente di avere un confronto che richiede però la capacità di confrontarsi senza imporsi la propria idea della vita, scissa dalla realtà e radicata alla realtà professionale, che diventa il proprio stile di vita rispetto alla più semplice scelta professionale di indossare e “vivere” l’uniforme di un corpo armato, nel mio caso dell’Esercito e dei paracadutisti. Occorre molto tempo, ed anche molte facciate contro i mulini a vento, per capire di non essere più un soldato e soprattutto che la realtà quotidiana non ha nulla in comune con quei valori e quegli ideali, veri e presunti, nei quali un soldato è immerso, specialmente se parte di un corpo speciale e d’ardimento. Il senso abbandonico sofferto è elevato, quasi da trasformarsi in un trauma, in casi più rari anche in una psicosi. Questo perchè il gruppo ha un potere enorme nel mediare i conflitti interni ed anche quelli esterni, consente sia di capire ma anche di raccontarsela, radicando la forza dello spessore del gruppo in senso positivo se la ragione raggiunta è reale, in senso negativo se invece ci convinciamo di una fregnaccia, sarà difficile “combatterla”. Un soldato, specialmente dei corpi speciali, lasciato solo è una mina vagante, ha attitudini complesse che da solo e da giovane non riesce a gestire, necessita la guida alla quale è stato abituato nel corso degli anni di addestramento e di operatività. E’ una mina vagante soprattutto per se stesso perchè incosciamente riproduce i propri valori acquisiti come tali e confligge con i valori esterni al reparto, ed anche coi propri conflitti interni mediati dal reparto stesso. Ho vissuto, fra i diciassette ed i venticinque anni, momenti di assoluta confusione rispetto alla mia identità identificata nell’essere soldato, contro la crescita del ragazzino che ero, resa nana dalla identificazione del soldato valoroso che ho creduto di essere, costretto poi a rincorrere da adulto la mia adolescenza per capirne le lacune e compensarle con una sorta di chirugia plastica psicologica per comprendere alcuni miei meccanismi, per poi accettare di aver solo colmato una lacuna con il dolore della consapevolezza di aver perduto l’opportunità di essere un adolescente e di non poterlo più essere. Per anni non ho più voluto vedere una mia foto in uniforme come per molto tempo sono stato dipendente all’osservazione della stessa foto, nel tentativo di riconoscere quel coraggio, quel valore che ho espresso e manifestato negli anni di servizio e dopo, durante i lanci o in talune attività rischiose, come un totem contro la paura di affrontare le cose semplici e quotidiane per le quali mi sono sentito impreparato e sostanzialmente debole. L’evoluzione richiede tempo, nel quale si pagano gli errori e le scelte sbagliate, tempo che poi, col tempo, consente di riconoscere anche le scelte giuste ma allora non appieno vissute. Ho scelto di tornare ad essere un civile, senza dimenticare di essere stato un soldato, un paracadutista, ma ho sostituito la dipendenza dai brevetti e dall’ardimento con la conoscenza e con la umiltà di riconoscere la mia debolezza, sia nuda che vestita di emblemi di forza. Ho scelto di capire la vita oltre l’uniforme per ritrovare quel che ho perso indossando l’uniforme stessa, scoprendo così anche la positività di una veste adolescenziale resa uniformata da una mentalità senza età come quella dei valori militari che mi sono stato inculcati oltre venti anni fa. Riconoscendo anche la pericolosità dell’indice di rischio nell’uniformare “forzatamente” una massa di giovani a dei valori, a degli ideali, a delle attività per le quali per quanto non sono necessarie grandi competenze, atteso la formazione da acquisire in uniforme, richiedono quella maturità minima tale da prevenire la “perdita” della propria personalità, specialmente per i giovani che ancora non sono stati capaci di formarsene e riconoscersene una propria, come gli adolescenti appunto. Maturità che spesso è “inquinata” dall’immaturità transgenerazionale degli istruttori, che istruiscono senza la coscienza di educare invece quelle giovanissime vite in uniforme, facilmente condizionabili ed assolutamente inconsci della differenza fra una attività istruttiva ed una attività educatica, tanto è forte il bisogno della “guida” e di riconoscersi nel proprio reparto, in quel momento rappresentato dagli istruttori. Osservo i giovani soldati e noto che poco è cambiato, forse meno bestemmie e meno politica, ma sempre le stesse dinamiche relazionali e quell’atteggiamento che impedisce di superare il confine fra il soldato ed il civile, che merita invece di essere sempre di più assottigliato e amalgamato da una comunanza di valori riconosciuti e condivisi nel rispetto della vita e delle scelte. Sinceramente non posso nascondere la mia “militarietà” altrimenti dovrei rinnegare la mia adolescenza, ma posso evidenziare la mia evoluzione che mi ha portato alla comprensione dell’essere un civile con la volontà di confronto e di riuscire a comprendere, e far comprendere, i rischi di una cattiva attività militare svolta in patria, rispetto che la difesa dell’onore della patria nelle attività militari svolte all’estero. L’onore è spesso un alibi per le azioni disonorevoli, per questo prima di propagandare i valori dell’onore apprezzerei vedere che ai giovani è spiegato il significato del disonore, in uniforme e senza, rappresentato dal non rispetto degli altri, dalla cattiva concezione di collettività, del significato della Democrazia… Fabio Piselli

About the author

Related Post

Archivi

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale sugli argomenti trattati. Pertanto, non può considerarsi prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della Legge n. 62 del 7.03.2001 e leggi successive.