Stampa / Print
Fonte: http://rampini.blogautore.repubblica.it/2008/12/16/il-crac-madoff-e-le-ingenuita-degli-straricchi/

“C’erano tutti gli indizi di una maxitruffa ma la gente preferì ignorarli, attratta dagli alti rendimenti”. Così parlò Karry Markopolos. Fu il primo a confidare alla Sec (l’organo di vigilanza della Borsa americana) i sospetti sullo strano caso di Bernard Maloff, il “genio del male” artefice del crac da 50 miliardi di dollari che fa tremare la finanza mondiale. Attenzione alla data: la denuncia di Markopolos è del 1999.

Ora sappiamo che gli ingenui, disposti a chiudere gli occhi di fronte ai segnali di allarme, non erano piccoli risparmiatori sprovveduti. La lista include il Gotha del capitalismo globale: dal colosso bancario giapponese Nomura alla Royal Bank of Scotland, da Santander ad alcuni fondi esteri Pioneer del gruppo Unicredito. Più il fior fiore degli hedge fund di Wall Street, l’alta società newyorchese, proprietari di squadre di baseball, celebri redditieri che Maloff frequentava in un esclusivo club di golf. Anche Steven Spielberg.

E’ l’antica lezione del 1929, che John Kenneth Galbraith racconta ne “Il grande crollo”: l’euforìa delle bolle speculative rende stupidi anche gli straricchi, i presunti guru dei mercati.L’inverosimile “affaire Maloff” forse un giorno ispirerà un altro Galbraith, diventerà il simbolo estremo di un’èra in cui tutti hanno perso la bussola, ogni regola è stata stravolta, i controlli sono saltati. Da questa storia grottesca non si salva nessuno. I segugi della Sec nel 1999 chiusero le loro indagini rapidamente: tutto regolare. Nel 2001 un’altra ondata di sospetti su Maloff fu sollevata dalla stampa americana. Inutile. Forse non lo avrebbero mai scoperto. La ricostruzione dell’Fbi lascia esterrefatti: Madoff non è stato smascherato, si è autodenunciato. Ha fatto tutto da solo. Arrivato a fine corsa ha chiamato i due figli – apparentemente estranei all’azienda paterna e anche loro derubati dei loro risparmi – e ha detto semplicemente: “Il mio business è uno schema Ponzi”.

Proprio come negli anni ruggenti che precedettero la Grande Depressione. Negli anni Venti l’italoamericano Charles Ponzi rovinò 40.000 risparmiatori con un sistema tipo catena di Sant’Antonio o “piramidi albanesi”. Una tipica truffa che garantisce forti guadagni finché affluiscono nuovi investitori, i cui fondi servono a pagare le prime vittime mantenendo l’illusione. Ponzi nel 1920 venne condannato a cinque anni di galera, ma appena uscito si avventurò in quell’altra fantastica bolla speculativa che fu la corsa ai terreni della Florida: la prova generale del crac del 1929.

Tra gli “indizi ancora caldi, come pistole fumanti” che Markopolos segnalò alla Sec quasi dieci anni fa, c’erano i rendimenti elevati e costanti che Madoff garantiva alla sua clientela: non importa come andassero le Borse, le obbligazioni, le valute, l’oro o il petrolio, lui offriva comunque gli stessi guadagni alti e regolari anno dopo anno. I suoi metodi d’investimento erano un mistero custodito da una ventina di collaboratori nell’impenetrabile ufficio al 17esimo piano del Lipstick Building, sulla Terza Strada di Manhattan. Le descrizioni che trapelano oggi dall’Fbi fanno pensare a una distilleria clandestina, ai tempi di Al Capone nella Chicago del proibizionismo.

Dove la fantasia umana non arriva, però, è a spiegare il comportamento dei superclienti. Ormai sono passati 17 mesi dai primi scossoni che hanno turbato i mercati finanziari globali: nel luglio 2007 la Bnp fu costretta a sospendere alcuni hedge fund, vittime dell’uragano che si avvicinava. Sono passati più di dieci mesi dalla truffa di Jerome Kervel alla Société Générale. Tre mesi dalla bancarotta di Lehman Brothers. I grandi investitori istituzionali dovrebbero essere in stato di massima allerta, con squadre di esperti sguinzagliati da mesi alla ricerca dei minimi segnali di irregolarità. Invece eccoci a metà dicembre 2008: le più note banche europee, gli hedge fund esclusivi, l’aristocrazia del denaro di Wall Street, tutti assistono sotto choc alla scoperta che un signore stava spolpando i loro patrimoni.

Purtroppo la dabbenaggine dei ricchi non è una consolazione. Tra i clienti di Madoff c’erano fondi d’investimento che le banche distribuivano anche ai piccoli risparmiatori. Perfino alcune fondazioni filantropiche avevano affidato a lui i loro capitali.

In quanto alla latitanza degli sceriffi dei mercati, è un richiamo per tutti i governi. La strabiliante “affaire Madoff” indica che da questa crisi non si può uscire soltanto con manovre di rilancio a base di deficit pubblici. Si è già smesso di parlare di una Bretton Woods 2, dimenticata come l’effimero G-20 di metà novembre che doveva prepararla. Eppure è necessaria una riforma radicale delle regole e dei controlli, un potenziamento degli organi di vigilanza, nuovi poteri e nuovi doveri in capo alle autorità di mercato. Forse bisogna aspettare Obama il 20 gennaio perché il tema ritorni all’ordine del giorno.

Intanto, ci sono altri Madoff a piede libero? I danni compiuti da questi briganti di ventura ancora non si riflettono pienamente sull’andamento dei mercati. Il “piccolo, sporco segreto” di questi mesi, è che molti hedge fund rifiutano le richieste di riscatto dei loro clienti. Così hanno congelato la situazione e nascosto la testa sottoterra. C’è una resa dei conti che incombe. E’ rinviata al giorno in cui queste società finanziarie dovranno ammettere le perdite, e liquidarle.

About the author

Related Post

Archivi

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale sugli argomenti trattati. Pertanto, non può considerarsi prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della Legge n. 62 del 7.03.2001 e leggi successive.