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Fonte: http://toghe.blogspot.com/2008/12/generalia-non-sunt-appiccicatoria.html

di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

In momenti come questo costa una certa fatica a prendere le distanze dall’A.N.M., ma credo necessario, senza presunzione alcuna di verità, non unirmi al coro laudatorio che ha accolto – nella mailing-list dell’A.N.M. – il comunicato dell’Associazione sulla vicenda Salerno/Catanzaro che può essere letto a questo link.

Lo dico dopo aver detto chiaramente ciò che penso dell’attacco all’assetto costituzionale della magistratura [l’articolo è a questo link: ndr].

Ma, con altrettanta chiarezza e per quel pochissimo che conto, sento il dovere leggere criticamente il comunicato cui sopra accennavo.

Una lettura critica che farò passo passo, insieme a voi lettori, perché sia chiaro che essa non è frutto né di partito preso né di pregiudiziale antagonismo.

Il comunicato inizia rilevando che il caso Salerno/Catanzaro ha causato sconcerto e preoccupazione; che l’eccezionalità del caso è stata adeguatamente affrontata col tempestivo intervento del Capo dello Stato e della Prima Commissione del C.S.M.; che spetterà al C.S.M. ricostruire i fatti e adottare i provvedimenti consequenziali.

Fin qui tutto condivisibile e anche, mi si perdoni, tutto un po’ eau fraîche.

Subito dopo, il comunicato individua correttamente il compito dell’A.N.M.: in una “fase così delicata per la magistratura italiana” – si afferma – l’A.N.M. deve effettuare un “meditato approfondimento” e ha un preciso “dovere di chiarezza di posizione”.

Il comunicato si addentra poi sulla critica ai provvedimenti delle due procure (critica per molti versi condivisibilissima).

E’ però del tutto evidente che siffatta critica in nulla e per nulla costituisca “meditato approfondimento”, dato che anche il più sprovveduto dei cittadini è in grado di affermare che “in questo caso si sono smarrite regole e ragione”: non c’è bisogno di essere laureato in giurisprudenza per capire che, se due carabinieri montano la guardia allo stesso fascicolo, forse c’è qualcosa che non funziona.

Il “succo” politico del comunicato sta nelle ultime diciotto righe e lì, mi dispiace dirlo, non si approfondisce un bel niente e tanto meno si prende una posizione chiara.

Non basta infatti rilevare che la vicenda “va letta nel più ampio contesto calabrese. Una terra difficile che è per molti versi simbolo dei mali del nostro Paese e che non deve essere abbandonata”.

Non basta dire che per troppi anni “si è accettato” (prego notare l’impersonalità dell’espressione) che “alcuni uffici” (chi sa quali mai saranno?) non hanno esercitato i propri compiti.

Tanto meno basta dire che si è dalla parte di chi lavora e di chi rispetta le regole (e ci mancherebbe il contrario!).

Nossignori non basta proprio.

Ma che altro deve succedere perché la retorica sia soppiantata da un parlare chiaro, da un’autocritica profonda che giunga a cogliere le cause strutturali di siffatti danni in modo da suggerire rimedi diversi da quelli che appaiono, ahimè, all’orizzonte.

Possiamo cambiare – si dice – solo se siamo capaci di rinnovarci al nostro interno.

Benissimo, non si può non esser d’accordo. Occorre dare un taglio con un certo passato e con l’escalation che ha condotto al caso Salerno/Catanzaro.

Ma allora occorre dire chiaro e tondo non che “si è accettato”, ma che “il C.S.M. ha accettato” e che l’A.N.M. non ha protestato.

Occorre indicare, chiamandoli con nome e cognome, quali siano gli uffici giudiziari gestiti da persone inadeguate.

Occorre anche indicare di quali “inadeguatezze” si tratti e se, esse, per avventura, non siano mere incapacità gestionali (pur esse gravissime), ma, in tesi, commistioni e compromissioni simili a quelle ipotizzate dalle indagini da cui sono derivati i vari “casi” calabresi (e non).

Occorre soprattutto risalire alle responsabilità “politiche” in seno all’A.N.M., rivisitando il passato e chiamando chi di dovere a rendere il conto della sua gestione.

Perché non è accettabile che, nel mentre si afferma che la situazione è così grave da costituire ottimo pretesto per “aumentare il controllo della politica sulla magistratura”, ci si rifiuti di pretendere che chi ha rotto il vaso paghi il conto.

Il metodo di deprecare in generale è praticatissimo e collaudatissimo.

E’ di ieri la notizia che il capo della protezione civile ha solennemente dichiarato che le inondazioni in atto sono il frutto dello scempio idrogeologico e dell’abusivismo edilizio.

Intere generazioni di palazzinari hanno rabbrividito al solo pensiero che, ove avessero proseguito nella loro opera di cementificazione, avrebbero potuto essere colpiti da analogo pericolosissimo anatema.

Anche santaromanachiesa chiede spesso perdono per fatti commessi dai cinquecento ai mille anni or sono, così terrorizzando tutti coloro che tradiscono hic et nunc il Vangelo, non potendo costoro sopportare l’idea di dover chiedere perdono (ovviamente per mezzo dei loro eredi) tra mille o, peggio, tra soli cinquecento anni.

Così pure, se mai in Calabria ci siano sacche di malaffare nell’amministrazione della giustizia, esse saranno annichilite apprendendo che l’A.N.M. è “dalla parte di quei tanti magistrati che lavorano con rigore, giorno dopo giorno, nel pieno rispetto delle regole”.

Siffatti sistemi cerchiobottisti sono inaccettabili.

E’ soprattutto inaccettabile che non si passi al setaccio quella “terra difficile”, in modo da accorgersi dei “casi” prima e non dopo che essi accadano (i casi sono sempre annunciati da segnali premonitori).

Per non apprendere dai giornali che un Procuratore, andato in pensione, è divenuto factotum di persona in odore di mafia, la cui moglie prestava servizio quale solerte segretaria del detto Procuratore.

Occorre insomma un momento di rottura con il passato che, per un verso, costituisca forte discontinuità con le prassi “correntizie” e corporative e che, per altro verso, così facendo, sia in grado di contrapporre una riforma edulis alla riforma satana che sembra essere alle porte, portata in trionfo da quegli stessi politici che per tanti anni hanno, per così dire, inzuppato il pane nel sistema correntizio, il quale ottimamente si prestava a soddisfare i loro interessi di parte (il sistema infatti era ed è del tutto funzionale a soddisfare le speranze di coloro che vogliano mettere nei posti che “contano” non già l’uomo giusto, ma l’uomo “loro”).

Il prevalere dell’appartenenza sull’idoneità funzionale è stata la crepa che ha fatto sì non già che “si” accettassero persone inadeguate, ma che “correnti” ben individuate, guidate da persone con nome e cognome, accettassero, in correità con settori della vita politica, dette persone.

Questo sistema va cambiato.

Che ci sia o meno determinazione a cambiarlo si desume anche da un semplice comunicato: chè se esso è ispirato alla retorica di sempre, è ragionevole pensare che si vuole che tutto seguiti a essere come prima.

Il che oggi non solo è politicamente inaccettabile, ma è, prima ancora, una pia illusione.

Nulla più sarà come prima e tutto cambierà: si tratta solo di vedere se conformemente ai valori recepiti dalla costituzione o in contrasto con essi.

Mi soccorre – se è lecito paragonare le piccolissime cose alle grandi – per chiarire il mio pensiero un brano evangelico.

Ricorderete quando Gesù invita il giovane ricco ad abbandonare tutte le sue ricchezze e a darle ai poveri.

Il giovane – conclude l’evangelista – “se ne andò triste perché aveva molte ricchezze”.

Non si trattava di un cattiva persona: al contrario il Vangelo ci dice che osservava tutte le prescrizioni religiose.

Giunto però al cuore della scelta, non ha avuto il coraggio di saltare il fosso, abbandonando il “sistema” che gli dava tranquillità e potere.

Nulla di nuovo sotto il sole. So bene che nell’A.N.M. ci sono molte, degnissime persone.

Mi permetto però di affermare che proprio le buone intenzioni che le muovono dovrebbero spingerle oggi a “saltare il fosso”, abbandonando, per libera convinta scelta politica, un sistema che fa acqua da tutte le parti, per evitare di trovarsi domani in un sistema scelto da altri, dove le loro buone intenzioni – oggi pressoché inutili – risulteranno del tutto impossibili da realizzare.

I comunicati, specie se meramente retorici, contano quanto il due di spade quando la briscola è coppe: in “guerra” serve ben altro, come ben evidenziava il Giusti:

Che i più tirano i meno è verità,
posto che sia nei più senno e virtù,
ma i meno, caro mio, tirano i più,
se i più trattiene inerzia o asinità.
Metti che quattro mi bastonin qui
e là ci sian dugento a dir di no.
Poi sappimi dir come starò
con quattro indemoniati a far di sì
e dugento citrulli a dir di no.

Figurarsi – aggiungo io – se gli indemoniati sono dugento e i citrulli quattro: è proprio il caso di dire “io speriamo che me la cavo”.

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