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Fonte: http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

L’altro giorno il Cavaliere, sul sofà di Palazzo Grazioli, davanti a un gruppo di cronisti: “Se escono certe mie telefonate vado via dall’Italia”.

Sembrava una minaccia. Ma è assai più bello, in questo finale di Repubblica, considerarla l’allegro inizio di una gara. Da svolgersi lungo i rettilinei del prossimo (e spaventevole) anno 2009 già carico di molti cattivi auspici, ma adesso anche di una via d’uscita. Tutti i cronisti sono invitati a partecipare. E i giornali locali. E le scuole di giornalismo. Le radio, le tv, i pubblicisti e addirittura Ernesto Galli Della Loggia, il più intransigente, quando ci si mette.

Tutti, indistintamente, a scovare le carte della intercettazioni telefoniche. Verificare le carte. Pubblicare le carte. E secondariamente anche il viva voce che ha spesso l’efficacia di una pochade ad alta intensità narrativa. Scovare, verificare, pubblicare. Come farebbero gli organi di informazione dell’angloamericana libertà di stampa e in Francia, in Spagna, in Germania, in Danimarca, eccetera. Persino nella guerreggiante Israele, dove il primo ministro Ehud Olmert si è dimesso (a settembre) perché coinvolto in una minuscola inchiesta per corruzione, astenendosi da spedire missili contro la magistratura che indagava e contro la stampa che pubblicava. O lacrimare scuse nei panni della vittima. E senza che dai bunker si scatenasse quel fuoco che va insanguinando il Natale di Gaza, e il nostro.

Se escono certe carte se ne va, dice il Cavaliere. Cerchiamole. Anche se poi, una volta scovate, verificate e pubblicate, lui stesso giurerà che per il bene nostro e dei suoi cinque figli, e con suo immenso sacrificio, e per quella cospicua Italia che lo ama e amandolo lo vota, resterà per tutto l’anno a venire, domeniche comprese.

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