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Fonte: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000709.html

di Paolo Naticchioni , Andrea Ricci e Emiliano Rustichelli 28.10.2008
Tra il 1993 e il 2004 i rendimenti dei titoli di studio di livello universitario e di scuola media superiore sono diminuiti in Italia in modo consistente e statisticamente significativo. E la diminuzione è più marcata quando si considerano separatamente gli individui con un’età inferiore o superiore a 35 anni. Un risultato sorprendente soprattutto se comparato con le dinamiche di altri paesi sviluppati. Tre le possibili spiegazioni: il ruolo svolto dalle nuove tecnologie, la struttura del commercio internazionale, le caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro.

L’Italia ha una delle più basse quote di individui con alti livelli di istruzione fra i paesi Oecd e la letteratura sottolinea come investire in istruzione in Italia renda relativamente meno che in altri paesi. (1) Pochi laureati, basse remunerazioni e, fatto ancora più sorprendente, i rendimenti dell’istruzione che diminuiscono nel tempo a partire dall’inizio degli anni Novanta.

LE RIFORME NON C’ENTRANO

Proprio la variazione nel tempo dei rendimenti dell’istruzione è stata analizzata in un recente studio utilizzando i dati dell’Indagine sulla ricchezza delle famiglie della Banca d’Italia per il periodo tra il 1993 e il 2004. (2)
Il campione su cui si sviluppa l’analisi è costituito dai lavoratori dipendenti nel settore privato. Il livello di istruzione è misurato in quattro categorie: istruzione elementare, media, secondaria, terziaria. E e le stime sono ottenute attraverso la specificazione di una equazione minceriana dei salari. La ricerca dimostra che i rendimenti dei titoli di studio di livello universitario e di scuola media superiore tra il 1993 e il 2004 sono diminuiti in modo consistente e statisticamente significativo. In particolare, il premio associato al possesso di un diploma di istruzione universitaria rispetto al premio salariale relativo a un diploma di scuola elementare si riduce lungo l’intera distribuzione dei salari, con una diminuzione che varia dal 39 per cento in corrispondenza del decimo percentile al 18 per cento in corrispondenza del novantesimo percentile. Un discorso analogo vale anche quando si utilizzano informazioni più dettagliate sulla tipologia della laurea conseguita. La diminuzione dei rendimenti dell’istruzione è evidente per le lauree umanistiche e professionali, mentre per le lauree scientifiche i rendimenti, pur riducendosi nel tempo, non manifestano una variazione statisticamente significativa. Per quanto riguarda invece il premio salariale di un diploma di scuola media superiore, la diminuzione è di almeno il 30 per cento in corrispondenza di tutti i quantili della distribuzione dei salari, e riguarda sia i licei sia gli istituti tecnici.
Non solo. La diminuzione dei rendimenti dell’istruzione si conferma anche quando si utilizzano nell’analisi diversi sottogruppi della popolazione, ad esempio considerando soltanto gli uomini, includendo i lavoratori autonomi o distinguendo tra giovani e meno giovani. Quest’ultimo caso ci sembra di particolare interesse. La diminuzione dei rendimenti relativi al possesso di un diploma di scuola secondaria superiore e di un diploma di laurea è più marcata quando si considerano separatamente gli individui con un’età inferiore o superiore a 35 anni. Ciò sembra escludere una spiegazione del declino dei premi salariali basata sulla diminuzione della qualità media del capitale umano, da alcuni osservatori collegata agli effetti delle riforme del sistema scolastico e dell’ordinamento universitario avvenute nel corso degli anni Novanta. Se ciò fosse realmente accaduto, avremmo dovuto riscontrare una dinamica decrescente dei rendimenti concentrata sugli individui più giovani, direttamente coinvolti dagli effetti delle riforme. I nostri risultati dimostrano invece il contrario.
Gli andamenti decrescenti dei rendimenti dell’istruzione in Italia sorprendono soprattutto quando vengono comparati con le dinamiche di altri paesi sviluppati. Nei paesi anglosassoni, Stati Uniti e Regno Unito, i rendimenti dell’istruzione sono fortemente aumentati negli ultimi decenni, generando una rilevante crescita dei redditi da lavoro delle persone qualificate rispetto alle non qualificate, con un relativo marcato incremento della disuguaglianza. Da questa evidenza empirica ha preso il via un’ampia letteratura inerente i cambiamenti skill-biased (cioè a favore del lavoro qualificato) dei moderni mercati dei lavoro. E anche rispetto ad altri paesi europei, per i quali l’evidenza di cambiamenti skill-biased è meno pronunciata, si assiste comunque generalmente ad aumenti dei premi per i lavoratori qualificati, anche se meno accentuati rispetto ai paesi anglosassoni, o a una sostanziale stabilità, mai però a una marcata diminuzione.

PERCHÉ ACCADE

Quali spiegazioni si possono delineare per la caduta dei premi dell’istruzione in Italia? In linea con la letteratura internazionale sull’argomento, si possono avanzare tre possibili interpretazioni. La prima fa riferimento al ruolo svolto dalle nuove tecnologie, la seconda alla struttura del commercio internazionale, la terza enfatizza le caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro.
Per quanto riguarda il ruolo della tecnologia, le maggiori istituzioni internazionali hanno da tempo evidenziato la scarsa propensione in Italia ad adottare nuove tecnologie e a investire in attività innovative. (3) Se si accetta l’ipotesi che il lavoro qualificato è maggiormente complementare, rispetto al lavoro poco qualificato, all’impiego di capitale Ict e alle attività R&D, è possibile argomentare che la dinamica insufficiente degli investimenti innovativi abbia giocato un ruolo significativo nel declino dei rendimenti dell’istruzione.
La spiegazione tecnologica si lega d’altra parte al modello di specializzazione produttiva e quindi alla tipologia di commercio internazionale del nostro paese, particolarmente concentrata in settori tradizionali ad alta intensità di lavoro, spesso poco qualificato. Così, mentre in altri paesi l’interazione fra commercio internazionale e tecnologia ha favorito la crescita relativa dei salari dei lavoratori qualificati, come nel caso degli Stati Uniti, in Italia sembra delinearsi lo scenario opposto. La relazione viziosa fra specializzazione produttiva in settori tradizionali e scelte tecnologiche delle imprese può dunque in parte contribuire a spiegare la diminuzione dei rendimenti dell’istruzione dei lavoratori qualificati.
Una spiegazione alternativa, infine, si riferisce alle caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro. In questo caso si pone l’attenzione su fattori come la contrattazione centralizzata e il ruolo dei sindacati, che potrebbero aver esercitato nel tempo una pressione crescente verso la compressione dei salari dei lavoratori più qualificati. Tale spiegazione sembra tuttavia meno convincente rispetto alle precedenti. Nel periodo in esame, la contrattazione collettiva non ha subito riforme significative e i dati inerenti le dinamiche sindacali sembrano suggerire una diminuzione dell’incidenza del sindacato piuttosto che un suo rafforzamento. Sembra pertanto difficile giustificare la diminuzione dei rendimenti dell’istruzione con una maggiore pressione verso la compressione esercitata dalla contrattazione collettiva e dal sindacato.

(1) Oecd (2008), Education at a Glance, Ocse press. Si veda poi ad esempio Boeri T., Galasso V. (2007), Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, Mondadori.
(2) Si veda Naticchioni P., Ricci A., Rustichelli E. (2007), “Far from a skill-biased change: falling educational wage premia in Italy”, Tor Vergata Ceis Working Paper, n. 260, in corso di pubblicazione per Applied Economics.
(3) Secondo i dati forniti dall’Oecd (2001) nel 1996 la quota di beni capitali Ict sullo stock di capitale in Italia era circa il 2%, mentre si attestava al 5% nel Regno Unito e al 7% negli Stati Uniti. Inoltre, dai dati di fonte Oecd Stan si può notare che la percentuale di spese in R&D nel settore privato italiano, calcolata sulla produzione a costi correnti, è diminuita dal 1991 (0,98 per cento) al 2001 (0,68 per cento) ed è comunque decisamente inferiore ad altri paesi come la Francia (dove si attesta intorno al 2,3 per cento), la Germania (2,7 per cento) e Stati Uniti e Giappone (circa 3 per cento).

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