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Fonte: http://www.comunivirtuosi.org/index.php/news/4-news-generica/349-acqua-spa

Giù le mani dall’acqua del sindaco. Dal Piemonte alla Sicilia, nell’Italia bastonata dalla crisi è nata una nuova resistenza, contro la privatizzazione dei servizi idrici. Una resistenza che parte dal basso e contesta non solo il Governo, ma il Parlamento, che il 6 agosto, mentre il Paese era in vacanza, ha approvato una norma-bomba (unica in Europa) con il “sl” dell’opposizione. Non se n’è accorto quasi nessuno: quel pezzo di carta obbliga i Comuni a mettere le loro reti sulmercato entro il 2010, e ciò anche quando i servizi funzionano perfettamente e i conti tornano. Articolo 23 bis, legge 133, firmata Tremonti. La stessa che privatizza mezza Italia e ha provocato la rivolta della scuola. Leggere per credere.
Ora i sindaci hanno letto. Quelli di destra e quelli di sinistra. E subito hanno mangiato la foglia. «Ci avete già tolto l’Ici. Se ci togliete anche questo, dicono, che ci rimane?» La partita è chiara: non è solo una guerra per l’acqua, ma per la democrazia. Col 23 bis essi perdono contemporaneamente una fonte di entrate e la sorveglianza sul territorio. Il federalismo si svuota di senso. Il rapporto con gli elettori diventa una burla. Lo scenario è inquietante: bollette fuori controllo, e i cittadini con solo un distante “call center” cui segnalare soprusi o disservizi. Insomma, l’acqua come i telefonini: quando il credito si esaurisce, il collegamento cade.
La storia parte da lontano, nel 2002, con una legge che obbliga i carrozzoni delle municipalizzate a snellirsi, diventare S.p.a. e lavorare con rigore. L’Italia viene divisa in bacini idrici, i Comuni sono obbligati a consorziarsi e le bollette a includere tutti i costi, che non possono più scaricarsi sul resto delle tasse. Anche se i Comuni hanno mantenuto la maggioranza azionaria, nelle ex municipalizzate son potute entrare banche, industrie e società multinazionali. Ma quella che doveva essere una rivoluzione verso il meglio si è rivelata una delusione. Nessuno rifa gli acquedotti, le reti restano un colabrodo. Il privato funziona peggio del pubblico, parola di Mediobanca, che in un’indagine recente dimostra che le due aziende pubbliche milanesi, Cap ed Mm hanno le reti migliori d’Italia e tariffe tra le più basse d’Europa.
Col voto del 6 agosto si rompe l’ultima diga. L’acqua cessa di essere diritto collettivo e diventa bisogno individuale, merce che ciascuno deve pagarsi. Questo spalanca scenari tutti italiani: per esempio i contatori regalati ai privati (banca, industria o chicchessia che incassano le bollette), e le reti idriche che restano in mano pubblica, con i costi del rifacimento a carico dei contribuenti. Insomma, la polpa ai primi e l’osso ai secondi. Il peggio del peggio. È contro questo che si stanno muovendo i sindaci d’Italia; a partire da quelli della Lombardia, che la guerra l’hanno cominciata prima degli altri.
È successo che centoquaranta-quattro Comuni attorno a Milano han fatto muro contro la giunta Formigoni, la quale già nel 2006 aveva anticipato il 23 bis con una legge che separava erogazione e gestione del servizio. Quasi sempre all’unanimità, destra, sinistra e Lega unite, i consigli comunali hanno chiesto un referendum per cancellare l’aberrazione; e proprio ieri, dopo una lotta infinita e incommensurabili malumori del Palazzo, davanti al muro di gomma della giunta che apponeva alla legge solo ritocchi di facciata, hanno dichiarato di non recedere in alcun modo dalla richie-sta di una consultazione popolare lombarda.
«Si va allo scontro, non abbiamo scelta» spiega Giovanni Cocciro, iperattivo assessore del Comuni-capofila di Cologno Monzese, e delinea il futuro della rete in mano privata. «Metti che i contatori passino a una banca, e questa stacchi l’acqua a un condominio che non paga. Il sindaco, per questioni sanitarie, deve garantire il servizio minimo ma, non potendo più ordinare la riapertura del rubinetto, può solo intervenire con autobotti, con acqua che costa tremila volte di più… Per non parlare dei problemi di ordine pubblico che ricadono sul Comune se la gente perde la pazienza».
Nei bar di Cologno, per ripicca, hanno messo l’etichetta all’acqua di rubinetto e ti dicono che le analisi l’hanno dichiarata all’altezza delle più blasonate minerali. Al banco la gente chiede “acqua del sindaco” rivendicandola come diritto, non come merce. E un po’ dappertutto, attorno a Milano, crescono le “case dell’acqua”, dove il bene più universale viene distribuito gratis, rinfrescato e con bollicine, in confortevoli spazi alberati dove la gente può sedersi e chiacchierare. Un “water pri-de” in salsa lombarda, che ora sta contagiando anche il Piemonte.
Premane in Valsassina, in provincia di Lecco, è un comune di montagna a maggioranza leghista già assediato da privati in cerca di nuove centraline idroelettriche, e sul tema dell’acqua ha i nervi scoperti. «Nel servizio idrico solo la gestione pubblica può garantire equità all’utente» sottolinea con forza Pietro Caverio, che ha firmato la protesta dei 144 Comuni.
Segnali di insofferenza arrivano da tutto il Paese; situazioni paradossali si moltiplicano. Sentite cos’è accaduto a Firenze. Il Comune ha accettato di fare una campagna per il risparmio idrico e un anno dopo, di fronte a una diminuzione dei consumi, ecco che la “Publiacqua” manda agli utenti una lettera dove spiega che, causa della diminuita erogazione, si vede costretta ad alzare le tariffe per far quadrare i conti. Ovvio: il privato lo premia lo spreco, non il risparmio. L’unica cosa certa sono i rincari: ad Aprilia in Lazio sono scattati aumenti del trecento per cento e un conseguente sciopero delle bollette che dura tuttora contro la società “Acqualatina”. Stessa cosa a Leonforte, provincia di Enna, paese di pensionati in bolletta.
A Nola e Portici, nel retroterra napoletano, la società “Gori” ha quasi azzerato la pressione in alcuni condomini insolventi, senza avvertire il sindaco; e lavoratori della ditta han-no impedito ai partigiani dell’acqua pubblica di tenere la loro assemblea. A Frosinone gli aumenti sono stati tali che il Comitato di vigilanza è dovuto intervenire e alzare la voce per ottenere la documentazione nei tempi previsti. Più o meno lo stesso a La Spezia, che ha le bollette più care d’Italia. Per non parlare di Arezzo, dove la privatizzazione si sta rivelando un fallimento.
L’Acquedotto pugliese, dopo la privatizzazione, si è indebitato con banche estere finite nelle tempeste finanziarie globali. A Pescara, da quando è scattato il regime di S.p.a., s’è scoperto un grave inquinamento industriale della falda e la magistratura ha fatto chiudere l’impianto.
A Ferrara il regime di privatizzazione è coinciso col trasferimento a Bologna del laboratorio di analisi, con conseguente allentamento dei controlli in una delle zone più a rischio d’Italia, causa la falda avvelenata del Po. Ma se già ora la situazione è così grave, ci si chiede, cosa accadrà col “23 bis”? Sessantaquattro ambiti idrici territoriali, sui 90 in cui è compartimentata l’Italia, tengono duro, rimangono pubblici, e organizzano laddove possibile la difesa contro i compratori dell’acqua italiana. Ma è battaglia tosta: l’acqua è il business del futuro. Consumi in aumento e disponibilità in calo, quindi prezzi destinati infallibilmente a salire. Conseguenza: nelle rimanenti 26 S.p.a. miste le pressioni sulla politica sono enormi, tanto più che nei consigli di amministrazione il pubblico è rappresentato da malleabili politici inpensione, e il privato da vecchie volpi capaci di far prevalere il profitto sulla bontà del servizio.
Dai 26 ambiti che hanno accettato la privatizzazione sono cresciuti intanto quattro colossi: l’Acea di Roma che ha comprato l’acqua toscana; l’Amga di Genova che s’è alleata con la Smat di Torino e ha dato vita all’Iride; la Hera di Bologna che cresce in tuttalaPadania; laÀ2Ana-ta dalla fusione dell’Aera milanese e dell’Asm bresciana. In tutte, una forte presenza di multinazionali come Veolia e Suez, banche, imprenditori italiani d’assalto, e una gran voglia di crescere sul mercato. «Ormai il sistema idrico non segue più la geografia delle montagne ma quella dei pacchetti azionari» dice Emilio Molinari, leader nazionale dei comitati per il contratto mondiale per l’acqua. Il che porta sorprese a non finire. Del tipo: il Fondo pensioni delle Giubbe Rosse canadesi che entra nella Hera e quello delle vedove scozzesi che trova spazio all’interno dell’Iride. E colpi di scena politici: l’Acea guidata a suo tempo dal sindaco Veltroni mette le mani sull’acqua toscana, costruendo nel Centro Italia un potentissimo polo dell’acqua”rossa”,ma poi ti arriva Alemanno a sparigliare i giochi, e l’acqua di una regione di sinistra oggi è in mano alla destra.

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