Il caso Moro secondo Gabriella Pasquali Carlizzi (prima e seconda parte)

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Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/10/il-caso-moro-secondo-gabriella-pasquali.html
http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/10/il-caso-moro-secondo-gabriella-pasquali_12.html

Poco tempo fa avevamo parlato del sequestro Moro, evidenziando le innumerevoli lacune, se non i veri e propri depistaggi, della versione tradizionale. Oggi Gabriella Carlizzi, in un forum dedicato al solo caso Moro, sul suo sito La Giusta Informazione, offre interessanti spunti di analisi e riflessione. Più che spunti offre una vera e propria versione, totalmente differente, ma molto più convincente della demenziale versione ordinaria, secondo cui Moro fu rapito e ucciso dalle BR.In realtà analizzando a fondo la vicenda viene fuori una versione del tutto diversa da quella che ci propinano da 30 i media di regime. Ossia:1) Moro fu probabilmente rapito da Gladio2) Moro probabilmente non era in auto quando la scorta fu trucidata3) il delitto fu probabilmente voluto dalla Rosa Rossa, i cui vertici hanno ordinato e firmato tutta la vicenda.

Pubblichiamo i suoi interventi, presi dal forum, incollando i vari pezzi (le parti in corsivo sono nostre)
Gabriella Pasquali Carlizzi:
Ho pensato di aprire la discussione sul “Caso Moro”, in quanto alla fine scoprirai che anche questo delitto è riconducibile ai delitti della “Rosa Rossa”. Il delitto di Aldo Moro, ma anche l’intera vicenda, trovano le risposte nell’esoterismo e nel “Codice MOR”, ma cerchiamo di arrivarci gradatamente, magari iniziando a porci domande su quanto non ci convince a riguardo delle verità processuali, che come poi mi hanno dichiarato molti ex terroristi, hanno tutti mentito, compresi pentiti o dissociati , nondimeno dagli irriducibili.Che alle BR “accreditarsi” il sequestro e l’uccisione di Moro all’epoca servì per dimostrare la loro “forza”, è intuibile nella logistica della organizzazione, ma credimi le BR se hanno imparato qualcosa su Moro, lo hanno fatto quando sono finiti in carcere e si sono “acculturati” sulle “ragioni di Stato” e quanto altro ha permesso loro di inventare false verità durante i processi.

Ho visto il film “Piazza delle cinque lune” almeno una ventina di volte, sempre prendendo appunti. Quel film parla chiaro e dice molte verità, tranne quelle indicibili e che invece diremo nel corso della discussione. In ogni caso, lo ribadisco con forza, il vero protagonista di questo caso è l’ESOTERISMO. Ripeto, proviamo a porre dei quesiti tra di noi e a darci delle risposte, io desidero condurre i partecipanti alla discussione, poco a poco verso una verità, e non ve ne sono altre, che deve finalmente uscire fuori, anche per coloro che ogni volta che l’ho gridata hanno preferito essere sordi.E’ importante mettere un punto fermo su questo caso, dal quale se ne spiegheranno molti altri, rimasti a tutt’oggi insoluti, ma è importante soprattutto per togliere di mano alle forze politiche e istituzionali questa materia usata come ricatto sui tavoli del potere, per fini oscuri e che ledono il benessere della collettività.

Anche il capitolo delle vicenda “Prodi”, (il quale disse che avevano fatto una seduta spiritica ove era venuto fuori il nome Gradoli) sebbene non sia dei più importanti è utile chiarirlo. Se infatti vogliamo decriptare la parola GRADOLI, non è difficile per gli esperti, convenire che il riferimento era al più alto grado massonico, appunti GRADO LI (51). Ma c’è una ulteriore considerazione ed è quella che Gradoli , come paese, è considerato un luogo esoterico per eccellenza, data la sua vicinanza al lago do Bolsena, lago esoterico e collocabile per la sua specificità relativa ad una isoletta che fa parte del lago, al concetto di “SCOMPARSA SENZA RITORNO”, scomparsa esoerica e culminante in un rituale con sacrificio umano.In realtà come sia morto Moro, non lo sappiamo, in quanto, sebbene nei processi la versione dell’essere stato ucciso dopo che lo collocarono nel bagagliaio della Renault Rossa appartenente all’ex brigatiista Teodoro Spadaccini, tale versione sia passata come verosimile, secondo mie ricerche non è affatto rispondente alla verità. Infatti se andiamo a comparare sul corpo nudo dello statista i colpi da arma da fuoco, questi NON COINCIDONO con i colpi repertati sugli abiti con i quali fu rinvenuto morto. Ne consegue, che Moro, specie per il vero luogo dove fu ucciso, e ci arriveremo più in là, subì verosimilmente un rituale, e dai colpi si rileva che la posizione era eretta in piedi o supina, poi fu vestito, e si sparò anche contro l’abito. Se l’abito non fosse stato ,non lo sappiamo, distrutto come reperto, si potrebbe riesumare il corpo di Moro, e procedere con una tecnologia più avanzata di allora ad una reale verifica. In ogni caso, se i reperti fotografici non sono stati eliminati, come prescrive la Legge dopo un determinato tempo, non è detto che non si possa recuperare anche questo pezzo di verità.

Dunque chiedo: CHE PROVE ABBIAMO CIRCA IL FATTO CHE MORO FOSSE NELLA MACCHINA CON LA SCORTA IN VIA FANI, LA MATTINA DELLA STRAGE? E CHE PROVE ABBIAMO CHE A GUIDARE L’AUTO CON IL “PRESUNTO” MORO SEQUESTRATO, FOSSE IL CAPO DELLE BR, MORETTI?E’ in questa risposta la chiave segreta del “Caso Moro”.

Quali prove processuali hanno indotto i Giudici a stabilire con certezza che Moro, in via Fani, durante la strage, si trovava insieme alla sua scorta? Ne consegue che se le prove appaiono insufficienti, dobbiamo decidere se credere agli imputati brigatisti o se non dare credito alle loro dichiarazioni. Sulla base di ciò che ci convincerà, possiamo arrivare a mettere almeno in dubbio la presenza di Moro in via Fani durante la strage. Chiarito questo punto, vedremo invece quali documenti dimostrano che Moro della strage non seppe mai nulla. Ma desidero che a certe conclusioni ci si arrivi per gradi, e pertanto dobbiamo prima rispondere alla mia domanda di base.

Occorre poi riflettere bene sulla stridente stonatura tra la figura religiosa e cristiana di Moro, e l’assurda omissione da parte sua di un cenno di cordoglio per le vittime e le loro famiglie. Ed è anche vero che chi lo teneva in custodia, non mi riferisco ai brigatisti, ebbe cura di sottrargli giornali e telegiornali, proprio perchè non sapesse cosa era successo in via Fani. Egli stesso testimonia di non sapere nulla, quando in una di queste lettere scrive:” Sto facendo del tutto con i miei carcerieri e con i destinatari istituzionali delle mie missive, affinchè questa storia possa andare a buon fine senza spargimento di sangue…” Dunque lui del sangue già versato, nulla sapeva, e per non saperne nulla l’unica spiegazione è che durante la strage Moro fosse da un’altra parte. Già, ma dove, con chi e perchè questa tragica sceneggiata?Proviamo a ricordare chi era il vero obiettivo scelto da Moretti, Capo delle BR, per colpire il cuore dello Stato.Chi era? Moro o…? E se non era Moro, chi fece credere che le BR cambiarono obiettivo, pur di eliminare colui che stava aprendo uno spiragio a sinistra? E le BR, sarebbero stati così idioti da sequestrae e uccidere l’unico statista che apriva a sinistra, contro i conservatori del Governo?

In realtà il vero obiettivo era Andreotti.Infatti da molti mesi, i brigatisti lavoravano su Andreotti, sviluppando nel logistico una accurata inchiesta di pedinamenti, osservazioni continuata H.24 su di lui e le scorte, insomma quella che nel loro dizionario prendeva il nome di “inchiesta”.Improvvisamente, poichè a Roma alle loro riunioni, partecipavano a volta non solo i brigatisti già entrati in clandestinità, ma anche quelli che vi sarebbero entrati successivamente o sarebbero rimasti come anello di congiunzione tra loro e aree estreme di taluni partiti, fu così che tramite questi anelli di collegamento, due in particolare, un politico, leeder di un partito che ancora non era importante, (lo divenne cavalcando il “Caso Moro”), mandò alle BR un consiglio.In pratica fece considerare l’allora posizione di Andreotti per il quale la Magistratura aveva avanzato ben 27 richieste di autorizzazione a procedere in altrettanti procedimenti giudiziari, e che di conseguenza il suo rapimento non avrebbe ottenuto nè dallo Stato nè dal Vaticano una attenzione volta a trattare con le BR e a prendere in considerazione le loro richieste.Le BR dunque avrebbero, secondo il politico, dovuto spostare la loro attenzione sull’onorevole Aldo Moro. Finsero di sviluppare su costui una “inchiesta”, che durò poco più di un mese, ma il sequestro era già stato preparato da un’altra regia….. Proviamo a continuare ora le nostre riflessioni e ricostruzione della vicenda.

Ancora più interessante è ricordare che durante la “prigionia” di Moro, l’unico Partito e il suo leader che portarono avanti la politica della cosiddetta “trattativa” furono appunto Craxi e il suo PSI. Craxi addirittura attraverso tale avvocato Guiso, per convincere gli avversari politici che invece erano decisi su una politica della cosiddetta “fermezza” si faceva intermediario-garante di una serie di fatti relativamente anche all’uscita di Moro dalla scena politica una volta liberato, nonchè riferiva, come risulta dagli atti parlamentari della Commissione di Minoranza, sulle reali condizioni di Moro ed altre circostanze che facevano bene intendere, (e questo era il suo asso nella manica!) che lui o chi per lui potevano avere diretti contatti con il “prigioniero”.Ora dovremmo chiederci: “Siamo certi che Moro sia stato estraneo alla regia del suo sequestro?” Risulta che una persona molto vicina allo Statista, fosse all’epoca immediatamente precedente il sequestro, fidanzata con uno di quegli anelli di congiunzione tra un’area estremista politica e i brigatisti già entrati in clandestinità. L’anello di congiunzione partecipava alle riunioni, compresa quella del direttivo logistico in cui le BR accolsero il consiglio di lasciare l’obiettivo Andreotti e spostare l’attenzione su Moro. Naturalmente visto il rapporto affettivo che intercorreva tra l’anello di congiunzione e la persona molto vicina a Moro, è ben presumibile che l’uno abbia riferito all’altra e che costei a sua volta informò il “potenziale prigioniero”. Cosa accadde a questo punto?

L’anello di congiunzione di cui si parla, era un ragazzo di sinistra, simpatizzante per le BR, ma ancora al di fuori dell’organizzazione. Faccio presente che da un libro scritto da una delle figlie di Aldo Moro, non mi riferisco a Maria Fida, risulta che lo Statista viveva il suo momento preferito della giornata, quando dopo essere rientrato a casa, leggeva il suo giornale preferito, che era L’Unità, e si rasserenava dai tanti problemi che aveva all’interno della DC.In quello stesso libro, si afferma, che Moro, in tutta la sua vita, non ha mai omesso un solo giorno di recarsi al mattino presto alla Santa Messa.In tal senso vi è ragione di pensare che anche la mattina della strage, si recò alla Santa Messa delle 7 , o 7.30, per poi proseguire verso il Parlamento, passando sotto casa per lasciare il nipotino Luca. E quindi, verso le nove, proseguire per andare in Parlamento, ove proprio quella mattina avrebbe fatto passare la cosidddetta “apertura a sinistra”. Sempre la mattina della strage, incomprensibilmente Moro non portò a Messa con sè il nipotino, e invece delle solite tre borse, ne portò ben cinque, di cui in una vi erano delle medicine, e in un’altra degli abiti.Doveva forse partire? No. La madre di Luca, spiegò che quella mattina fu lei a non mandare il bambino con il nonno alla Santa Messa, perchè aveva un brutto presentimento, e giunta a casa, mentre Luca era sul pianerottolo con il nonno, in procinto di uscire, lei lo prese in braccio e lo riportò in casa, mentre il bambino piangeva e diceva tra le lacrime “nonno… nonno..”.Ma questo avveniva alle sette del mattino, non alle nove. Infatti come avrebbe potuto arrivare in tempo, se la seduta parlamentare iniziava alle dieci, qualora fosse andato a Messa alle nove ?

Facciamo un passo alla volta. Si è sempre parlato di “scorta”, ma non è mai stato detto, pur essendo noto istituzionalmente, che Moro aveva due scorte: una di Stato, per intenderci quella che finì trucidata, e l’altra, composta da uomini da lui stesso scelti nella Gladio, la struttura creata da lui e Cossiga.Per tale motivo, lo Stato tardava, nonostante le sue richieste, a cambiare le auto della scorta ufficiale che non avevano i vetri blindati, ma non se ne preoccupavano più di tanto, sapendo appunto che Moro aveva anche l’altra scorta. Moro non si consegnò a nessun “carceriere”, poichè dal momento in cui fu informato che era in preparazione il suo “sequestro”, al fine di rappresentare una pressione forte sulla parte conservatrice del Governo e della DC, che si opponevano all’apertura a sinistra, dopo aver moto riflettuto e dopo aver avuto determinate garanzie per se e la propria famiglia, accettò “l’operazione”, “in nome della Ragione di Stato”, come ebbe a scrivere a Padre Gabriele Maria Berardi, in una accorata lettera. La sua garanzia era anche quella di sapere che il piano non si originava dalle BR, che pure avevano il ruolo e l’interesse a rivendicare l’azione per dimostrare il loro potere, ma Moro seppe dalla persona che partecipò alle riunioni tra BR e anelli di congiunzioni, che tutto era sotto l’attento controllo dell’amico Bettino.

Moro non scelse, ma sapendo che comunque sarebbe stato ugualmente “sequestrato”, preferì “gestire l’operazione.Comunque, quella mattina, andò come sempre alla Messa delle sette, sette e trenta, con le due scorte. Poco prima che terminasse la Messa, il capo scorta di Gladio disse al Capo della scorta ufficiale di farsi un giro in via Fani e vedere se era tutto tranquillo, e poi tornare alla Chiesa di piazza Giuochi Delfici che ambedue le scorte avrebbero accompagnato Moro in Parlamento.La scorta ufficiale quindi si avviò per questo giro di ricognizione e fu trucidata in via Fani. Nel frattempo Moro con il capo dell’altra scorta, imboccò il corridoio laterale della Chiesa uscendo da una porta su via Zandonai e salì sull’auto del gladiatore. Percorsero tutta via zandonai e si diressero in zona Palazzo Braschi, sede di tutti i Servizi Segreti. Non a caso Moro in una delle sue lettere scrisse: “Mi trovo in un domino di un unico predominio…” Tradotto, voleva dire mi trovo in una sede di potere dove sono unificati più poteri. Infatti a Palazzo Braschi c’erano il Sisde, il Sismi, il Sifar…Affari Riservati…Di lì sarà poi spostato e ospitato in una casa nobile a 50 metri da via Caetani dove fu fatto trovare morto nel bagagliaio della Renault Rossa del Brigatista Teodoro Spadaccini. In questa “nobile prigione” ben collegata con il sotterraneo di un luogo sacro, dissacrato subito dopo l’uccisione di Moro, poteva andare anche il politico che col caso Moro divenne l’ago della bilancia col suo partito, per le scelte dei Governi.Tanto più, che sapendo che le BR erano state solo dei prestanomi e prestavolti, la verità su Moro divenne il più pesante ricatto usato ancora oggi, sui tavoli del potere. Fa quasi sorridere una lettera di Moro, che dalla sua “prigione” dice alla moglie di ricordare a Rana di prendere due delle sue borse che aveva lasciato in macchina.Certo, quando scese per andare a Messa le lasciò in macchina. Ma se fosse stato in via Fani quando la scorta fu trucidata, Moro non era tanto stupido da non sapere che qualora le borse non fossero andate distrutte, certamente erano sotto sequestro insieme a tutto ciò che fu teatro di quel massacro.Cosa poteva essere per il prestigio delle BR rivendicare un’azione come quella del sequestro e dell’uccisione di Moro, con la certezza che per il buon fine di questa azione era stata predispota una regia di ben più alto livello dei brigatisti? E in più con la prospettiva di ottenere non tanto la liberazione dei loro prigionieri, quella fu una scusante, ma ben più importanti vantaggi, se il sequestro di Moro avesse avuto la conseguente accettazione ob torto collo, da parte dei conservatori, di approvare un governo con l’apertura a sinistra.Ti pare che brigatisti veri, intendo come ideologia, si sarebbero prestati ad indossare in via Fani una divisa dello Stato? I brigatisti veri, nelle loro azioni autentiche, agivano con i loro panni,non certo con i panni dello Stato per il quale militavano affinchè fosse abbattuto, non ti pare? La scorta fu necessario ucciderla, ma non furono i brigatisti ai quali si incepparono perfino le mitragliette, la scorta ti ripeto non doveva riferire quanto vide e di cui furono testimoni circa alcune presenze sul posto, volti alla scorta ben noti.

I brigatisti erano “veri” brigatisti?

Difficile distinguere un Brigatista vero da un “Semplice Brigatista: o lo si è o non lo si è, o si decide di non essere più un “purosangue”.Moretti , quale fondatore delle Br, credeva inizialmente nella ideologia ed anche nella forza che l’organizzazione criminale avrebbe esercitato su uno Stato conservatore e capitalista.E molto probabilmente se Moretti avesse portato a compimento il colpo da lui ideato al “cuore dello Stato” che vedeva come simbolo del “potere assoluto” Giulio Andreotti, Moretti sarebbe rimasto fedele al suo ruolo ideologico di Capo delle BR. Tuttavia, quando appunto era già iniziata l’inchiesta sui movimenti di Andreotti, all’interno delle BR iniziavano i primi dissensi che ben presto sarebbero divenute profonde spaccature. Basti pensare alla frattura tra il gruppo che faceva capo a Senzani e quello che dipendeva da Moretti.Ecco dunque che quando a Moretti si presentò l’occasione di spostare il “colpo al cuore dello Stato” su Moro, a fronte delle garanzie di ottenere una trattativa, garantita da chi avrebbe sostenuto la linea della trattativa, il solo PSI di Craxi, contro tutte le altre forze politiche, decise sulla linea della fermezza, Moretti fece i suoi calcoli e decise di aderire a quanto comunque proveniva da una “voce di Stato”. In fondo sarebbero state le BR a rivendicare l’azione, in più si era fatto avanti un interlocutore che avrebbe cavalcato la pagina più buia della Repubblica, e nelle mani di Moretti e dei suoi più fedeli, sarebbe rimasto a vita il ricatto di conoscere la verità sul reale svolgimento dei fatti. Infatti, di decine e decine di ergastoli inflitti, grazie a leggi fatte ad hoc, i Brigatisti arrestati scontarono pene ridotte a dieci/quindici anni, nonostante le stragi, nonostante le gambizzazioni, nonostante omicidi eccellenti, nonostante migliaia di rapine a mano armata ecc. ecc.Non solo: ma a differenza di ex detenuti per reati comuni, i Brigatisti appena tornati in libertà, o semilibertà, hanno tutti avuto la possibilità di lavorare anche per società parastatali, vale a dire società create ad hoc, di cui lo Stato si serve, commissionando lavori specie nel settore informatico, con stipendi da capogiro. Tutto questo mentre l’Italia è in ginocchio, per mancanza di posti di lavoro. E non solo, tutti i Brigatisti, (ex?) hanno una casa di proprietà, e molti anche la seconda casa al mare o in montagna! E per ognuno che torna libero, il giorno dopo “casualmente” si ritrovano quattro scartoffie in fotocopia, e la stampa pubblica a caratteri cubitali: “Ritrovate le carte di Moro!”Balle, pilotate ed ben pagate.Riguardo al covo di via Gradoli, proprio perché doveva rappresentare un codice massonico-esoterico, fu messo a disposizione dei due “Brigatisti”, gli unici che sembra si opposero nelle versioni ufficiali all’uccisione di Moro.

La testimoninaza dimenticata.

In verità, sembra che quando Morucci si presentò a Moretti proponendosi all’organizzazione come capace in un certo settore, indispensabile per la lotta armata, lo stesso Moretti osservandolo alla guida della sua Mini, con al polso un orologio da Vip, ebbe delle perplessità, tuttavia la proposta era interessante, e credendo di gestirlo, lo prese nell’organizzazione.Di certo via Gradoli era già all’epoca una via nota in quanto vi abitavano agenti dei Servizi e giornalisti sotto copertura-La vera “prigione di Moro?Lo ripeto, a pochi metri da dove fu trovato morto nel bagagliaio della Renault Rossa di Teodoro Spadaccini.Ora, nel 1990 vi fu una nobile testimone, tale E.N. che dichiarò quanto segue. La distinta signora, durante la prigionia di Moro, si trovava insieme a sua sorella, ospite in pensione presso i locali della Chiesa ad angolo tra via del Teatro Marcello e via Margana, le cui mura laterali finivano con un passo carrabile che si ricongiungeva ad uno stabile in uso ai Servizi Segreti, di forte alla Scuola di Francese gemellata con l’Yperion di Parigi, ove spesso si recava Moretti A pochi metri, c’è via Caetani, dove lo Statista fu appunto trovato morto. La signora E.N. mentre si lavava le mani nel bagno a piano terra della Chiesa, sentì da sotto il pavimento un lamento e una voce che diceva: “sono qui, liberatemi”, e riconobbe la voce di Aldo Moro. A gitata andò dal Parroco e riferì l’accaduto, ma il Parroco le intimò di tacere e di non dire nulla a nessuno. Pochi giorni dopo la morte di Moro, quella Chiesa fu dissacrata.Tutto questo lo verbalizzai, ma non seppi più nulla. Nel 1994, pubblicai questi fatti sul mio settimanale “L’Altra Repubblica”, e lo recapitai ancora una volta agli inquirenti, Nessuno mi chiamò, nessuna smentita ne seguì, tutto finì nel silenzio più assoluto.Come quando mi recai presso il magistrato titolare per il terrorismo, insieme ad un ex brigatista che non ebbe il coraggio di parlare al processo, ma confessò a me dove erano nascoste le bobine originali delle registrazioni di Moro durante la sua “prigionia”. Il Magistrato mi rispose: “Lei signora Carlizzi crede che noi siamo uomini liberi,Un giorno capirà che non è sempre così”.
Relativamente a Moretti e alla famiglia di adozione Casati Stampa, effettivamente dopo il triplice omicidio-suicidio concretatosi a Villa Arcore, la figlia di Casati emigrò all’estero per sfuggire alla scandalo, e diede mandato a Previti per la liquidazione del patrimonio tra cui vi era Villa Arcore.Fu il grande affare di Berlusconi, che la acquistò per quattro soldi.
Ma anche Berlusconi , pochi lo sanno ebbe una “parte” nella vicenda Moro.
Infatti, verosimilmente col suo “Maestro” Craxi prestò il proprio aereo privato alla moglie di Moro, signora Eleonora, quando costei manifestò il desiderio di andare a parlare con Gheddafi, affinchè premesse sul Governo dati anche i rapporti tra Gheddafi e Andreotti.Ora sarà bene sapere che io fui ascoltata dall’allora Presidente della Commissione Stragi, sen. Libero Gualtieri, il quale nella sua relazione sottolineò l’importanza delle dichiarazioni da me rese, in particolare quelle che dimostravano l’esistenza di una etero direzione delle Brigate Rosse.Spiegai in sede di audizione circa i rapporti si stretta amicizia tra Moro e Padre Gabriele Maria Berardi del quale io ne proseguo come Presidente, l’Opera di Carità, fin dal 1984 quando il Padre morì.

Gennaio 1978: la lettera di Moro

Nell’insediamento alla Presidenza di questo Ente Morale, trovai tra l’altro la corrispondenza intercorsa fin dal 1961 tra Padre Gabriele e Aldo Moro, compresi telegrammi con la striscia rossa e su scritto “URGENTE” come era in uso alle Poste in quel tempo.L’ultima lettera che Moro scrisse a Padre Gabriele e che io pubblicai nel mese di Luglio del 1992 nel mio libro intitolato “Clamorosamente”, senza alcun seguito da parte di nessuno e nemmeno alcuna smentita, fu la seguente:
“ GENNAIO 1978 Reverendo Padre, ho seguito a distanza in questi anni quanto di Lei ha fatto un esempio di carità cristiana e un punto di riferimento per quella mediazione tra l’uomo e Dio della quale tutti siamo tanto bisognosi. E’ inutile che Le spieghi quanto Lei già conosce per le virtù che La distinguono, ma torno a cervare nel Suo consiglio quei suggerimenti dei quali possa avvalermi onde far fronte a circostanze ancora più gravi, così come la mia (….) ha dato ad intendermi. Qui si tratta di ricorrere ad un artifizio che costringa la parte più conservatrice dell’attuale Governo a prendere coscienza che il mondo sta cambiando, che ci sono anche altre forze di cui tener conto e che è giunto il momento di dover cedere, non ad una ragione oggettiva, non c’è ragione nella violenza, ma dobbiamo arrenderci a causa del cattivo esempio che abbiamo dato, e per il quale oggi siamo nel mirino della lotta armata. E’ un male contro un altro male, Padre, ma perché il numero delle vittime sia ridotto al minimo, io mi chiedo e Le chiedo se è giusto far lavorare la nostra mente per giungere ad uno scopo comune.Mentre resto in attesa di un Suo cortese cenno, Le invio i miei profondi sensi di gratitudine e di devozione. Aldo Moro “.
Nel mio libro “Clamorosamente” sono pubblicate anche altre lettere di Moro inviate a Padre Gabriele, nonché la lettera di risposta a questa qui del Gennaio 1978, poco prima del “sequestro”.Chiedo, come mai, né Padre Gabriele, noto come grande Esorcista e chiamato “il Padre Pio di Roma”, né io, fummo mai interrogati su questi documenti?

Il passo carrabile e la casa.

controllai la Chiesa e l’intero stabile che proseguiva con il passo carrabile e il palazzetto in uso ai Servizi Segreti. Anzi, pretesi che il Magistrato mandasse sul posto la DIGOS e insieme agli Agenti fotografammo tutto, e constatammo che sul retro della Chiesa, che si affacciava sui Fori Romani, vi era un terreno sabbioso, la stessa sabbiolina che trovarono nelle scarpe di Moro, e che fu motivo di pensare che lo Statista fosse stato portato a Ostia o comunque vicino al mare. Ma la testimonianza della signora E.N. non finì lì.Infatti la stessa raccontò che lei e sua sorella si trovavano ospiti presso quel Parroco, in quanto erano in attesa di stipulare il rogito per l’acquisto di un appartamento sito a Roma in via Nazionale 208. Improvvisamente però, proprio il giorno prima che si seppe della morte dello Statista, il notaio avvertì la signora che non era più possibile procedere alla stipula del contratto in quanto l’appartamento l’aveva acquistato una alta carica dello Stato. La signora che peraltro aveva già avuto il mutuo dalla Banca, tentò di esercitare il suo diritto, ma non vi riuscì e dovette riprendersi i soldi versati per il compromesso. Qualche tempo dopo, indispettita e incuriosita, la signora si recò in via Nazionale 208, e notò che le finestre della casa che voleva comprare erano ancora chiuse e sbarrate come la prima volta che le vide. Chiese dunque al portiere chi aveva acquistato quella casa. Il portiere le rispose che l’appartamento era di una società riconducibile all’onorevole Flaminio Piccoli, e che il giorno dopo la morte di Moro, arrivò un furgone, e furono portati in quella casa molti scatoloni imballati, presumibilmente contenenti dei documenti. Il portiere riferì che da quel giorno nessuno più andò lì e la casa rimase chiusa. A dire il vero, anche attualmente, sono passata io stessa a controllare, e quelle finestre restano sbarrate come quando le vidi a seguito della testimonianza della signora, nel 1994.Tutto questo lo pubblicai sul mio settimanale “L’Altra Repubblica”, ma non fui più convocata da alcuno, nè mai alcuno smentì ciò che scrissi e firmai, ma anzi mi richiamò la testimone, dicendomi che nel fare il suo nome agli inquirenti, io avevo rovinato la sua tranquillità. Io feci capire alla signora, che una persona che mi riferisce fatti di questa portata, non essendo io un confessore, mi obbliga di fatto a rappresentare la circostanza all’Autorità Giudiziaria. Era tuttavia molto spaventata. Non la sentii più da allora.In ogni caso, anche in considerazione dell’elevato ceto sociale della testimone, quando venne da me, ebbi l’impressione che fosse stata mandata da un potentissimo senatore a vita, pensai ad un “pentito” di Stato, che si serviva di una portavoce.

Le lettere di Moro

In ordine alle lettere di Moro, non so chi di voi sia informato sui retroscena, ma posso assicuravi che io mi riferisco alla versione originale, non di certo a quella che veniva rivista e “corretta” da chi poi provvedeva a farla riscrivere a Moro.Per farvi un esempio, quando Moro, il 29 marzo 1978 scrisse a Cossiga, e riferendosi alla sua condizione attuale, si era espresso “mi trovo sotto un dominio di un unico predominio…”, questa frase, proprio perché sembrò mettere sulle sue tracce persone intelligenti, fu cambiata nella seguente: “… sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio assoluto e incontrollato…”. Non di certo le BR potevano rappresentare il dominio assoluto e incontrollato, la cosa fa sorridere.L’unico dominio incontrollato per la natura stessa dell’apparato sono i Servizi e quando si dice “assoluto” si vuole significare “tutti i Servizi”, e quando si dice “sotto”, si vuol significare “sotterraneo”.E chissà perché Cossiga si autoaccusa di essere stato lui a fare uccidere Moro? Poi non parliamo delle lettere che Moro inviò a Flaminio Piccoli, quando gli ripeteva sottolineandolo, a proposito di come si erano svolti i fatti: “…e tu che sai tutto….”…..!In ogni caso, è pur vero che le lettere di Moro, assumendo un linguaggio criptico e come tale soggetto ad interpretazioni diverse, costituiscono una base per una discussione in cui ogni tesi va rispettata in egual modo come potenzialmente quella giusta.Personalmente devo precisare che per le ragioni che ho già spiegato ( Presiedere l’Ente Morale fondato da Padre Gabriele Maria Berardi ed essere entrata in possesso della corrispondenza tra il Frate e Moro prima del “sequestro”, l’avere rubato nel carcere di Paliano, quando ero assistente volontaria, nelle celle di alcuni detenuti, materiale inedito di Moro e Morucci, l’avere avuto per anni in semilibertà presso l’Ente da me presieduto, ex brigatisti, dissociati, e pentiti, da Teodoro Spadaccini a Massimo Cianfanelli, Emilia Libera, e Sergio Calore, ecc.ecc. più di 13), tutte queste circostanze mi hanno consentito di conoscere quanto ufficialmente non è mai venuto in luce.Ad esempio, quando mi accorsi di cosa si verificava nel 1985/86 nel carcere di Paliano, ove era anche assistente volontaria Maria Fida Moro che con Morucci lavoravano sul famoso “Memoriale”, e frequentava quel carcere anche una certa suor Teresa Barillà, la quale faceva da portavoce tra Piccoli e i brigatisti del “caso Cirillo”, non sapendo Piccoli cosa rispondere al Giudice Carlo Alemi dal quale era indagato, (fu pubblicato un libro “La seconda trattativa di suor Teresa”), mi recai dai Magistrati e li “costrinsi” a perquisire la suora. Fu trovato finalmente il “memoriale-Morucci”, con poche righe scritte a mano sul frontespizio:”!986- Solo per lei signor Presidente- Sono atti giudiziari, solo che qui ci sono i nomi!”Dunque ciò che veniva sottratto alla Giustizia con menzogne nelle Aule, lo si “vendeva” sui tavoli del potere politico, evidentemente “colluso”.Ma la vergogna più lurida fu che su quella perquisizione, furono redatti due verbali diversi, a firma dell’allora stesso Capo della Digos. In un verbale la perquisizione la si definiva “negativa”, cioè non trovarono nulla. In un altro verbale (stesso giorno, stessa ora, stessa perquisizione, stesso luogo) la perquisizione, definita positiva, rilevava il ritrovamento del memoriale Morucci, portato dalla suora a Cossiga, con tanto di nomi e cognomi dei partecipanti alla strage, nomi che Morucci nella veste di dissociato, non fece mai durante i processi! Non solo. Il Capo della Digos, evidenziava alla Magistratura la necessità di rivedere la posizione di Morucci e Faranda, in quanto questo documento dimostrava inequivocabilmente che avevano mentito su quanto tuttavia aveva loro fatto guadagnare i privilegi della legge sui dissociati.Fu da allora che scattò la mia indagine, e pedinai anche qualche brigatista quando gli “addetti ai lavori” che arrivavano da Roma, lo prelevavano a Paliano con la scusa che doveva essere interrogato, e poi giunti a Roma, al casello dell’autostrada lo lasciavano andare libero per c..i propri!Chi era veramente Aldo Moro? E le BR, quelle vere, erano così idioti da sequestrare l’unico politico che apriva a sinistra?“E’ UN GIORNO IMPORTANTE, TORNA A CASA CONTENTO. PER LA PRIMA VOLTA – MI DICE – CI SARA’ UN PRESIDENTE DEL SENATO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO. SONO STATI VINTI OGNI RESISTENZA E OGNI TIMORE. ME NE INFORMA LIETO. MA SCUSA, GLI DICO, SEI SICURO CHE GLI AMERICANI SARANNO CONTENTI? SE IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SI AMMALA, MUORE, O PIU’ SEMPLICEMENTE E’ FUORI DALL’ITALIA, CHI SUBENTRA E LO SOSTITUISCE E’ IL PRESIDENTE DEL SENATO, IN QUESTO CASO UN PRESIDENTE COMUNISTA. NON DICE NEMMENO UNA PAROLA. VA AL TELEFONO….”“NON CREDO CHE GLI PIACESSE LEGGERE I GIORNALI. LO FACEVA PERCHE’ LO DOVEVA FARE. C’ERA PERO’ QUALCOSA CHE LEGGEVA CON GRANDE PIACERE: I CORSIVI DI FORTEBRACCIO SU L’UNITA’. TI ACCORGEVI CHE NE STAVA LEGGENDO UNO PERCHE’ COMINCIAVI A SENTIRLO RIDERE DA SOLO. PRIMA UNA RISATINA, QUASI SOFFOCATA, POI UN’ALTRA, POI, A VOLTE, FINO ALLE LACRIME. DOPO CHE LO AVEVA FINITO DI LEGGERE CI CHIAMAVA. E RICOMINCIAVA A LEGGERLO A VOCE ALTA PER NOI…”“PER LA PASQUA DEL 1977 SIAMO INSIEME A TORRITA. CI DICE: “HO DECISO CHE MI DEVO COMPRARE UNA TOMBA”. PROTESTE DA PARTE NOSTRA, RISATINE: “NON E’ URGENTE, C’E’ TEMPO, MA CHE ARGOMENTO DI CONVERSAZIONE, MA TI PARE!”. LUI PERO’ INSISTE. E’ DECISO. SEMBRA CHE LA RITENGA DAVVERO UNA COSA URGENTE. NON CAPIAMO PERCHE’ INSISTA TANTO E PERCHE’ CE NE PARLI….” (Questi brani sono tratti dal libro della figlia di Aldo Moro, AGNESE MORO, intitolato “UN UOMO COSI’”. Edito da Rizzoli. Prima Edizione: Settembre 2003)

1 comment for “Il caso Moro secondo Gabriella Pasquali Carlizzi (prima e seconda parte)

  1. EUGENIO
    8 febbraio 2018 at 21:58

    https://www.youtube.com/watch?v=hmhqTW4C7X4 AGGIUNGIAMO UN’EVENTUALE KARMA E DICIAMO AI POTENTATI DEL MALE, MA VI CONVIENE ‘ per solo una decina d’anni di potere e lusso’ ED UNA EVENTUALITA’ DI ETERNITA’ DI BUIO”’ SOLO VORREI DOMANDARE.NULLA RESTERA’ IMPUNITO.

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